MAURIZIO DE GIOVANNI.

LE SOLITUDINI DELL'ANIMA.

Edizioni Cento Autori.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Prefazione di PAOLA EGIZIANO.
.
Negli ultimi tempi mi  capitato di essere intervistata.
Da quando frequento cos assiduamente il mondo dei libri, della carta stampata e dei teatri, cerco di evitare il clamore: come chi mi conosce sa bene, adoro stare dietro le quinte, partecipare ma non comparire. Rifuggo i social ed evito le fotografie, pur occupando la prima fila del pubblico che sempre pi folto prende parte agli eventi in cui si presenta un libro, o va in scena un lavoro teatrale ovvero si organizza un reading.
Come pure sa chi mi conosce bene, non lo faccio certo per timidezza o ritrosia:  il mio modo di cogliere i particolari, di captare i sentimenti dei lettori e degli spettatori, di vivere appieno l'atmosfera, l'emozione di certi eventi.
Ma di recente, insieme alla notoriet, sono aumentate le interviste su che cosa significhi dividere la vita con Maurizio de Giovanni, l'ex bancario che in una decina di anni ha cambiato la sua - e la mia - vita, diventando uno degli scrittori italiani pi venduti, uno degli opinionisti pi apprezzati e soprattutto uno dei tifosi (meglio dire, malati) azzurri pi seguiti.
Alle domande rispondo sempre con cortesia ma laconicamente, direi: come Maurizio confermerebbe senz'altro, i fronzoli non mi si addicono.
Fino a quando, in occasione di una recente presentazione, una giornalista napoletana alla quale piace moltissimo il modo in cui Maurizio riesce a delineare la psicologia dei suoi personaggi femminili, mi ha chiesto candidamente: "Ma  vero quello che si dice?".
"Che si dice?", ho risposto guardinga.
"Che i libri di Maurizio li scrivi tu?"
"E perch li scriverei io?", ho domandato a mia volta incredula.
"Proprio per il modo magistrale in cui sono tracciate le figure femminili, con un'introspezione che nemmeno...".
L'ho interrotta con una risata e sono andata via, senza salutare.
Assurdo! I libri di Maurizio de Giovanni sono scritti tutti e integralmente da Maurizio de Giovanni.
Io faccio tutto il resto. Ci mancherebbe che lui non facesse neanche questo!
La verit  che io scrivo solo le prefazioni dei libri editi per Cento Autori, che oramai  diventato l'editore di riferimento dei racconti "degiovannei".
I racconti, tra l'altro, rappresentano un aspetto assai interessante della produzione di Maurizio perch assai ben riuscito nella loro solo apparente semplicit. Mutuando un concetto che Maurizio stesso riprende pi volte, se il romanzo  complicato perch per reggere deve soggiacere a precise regole "architettoniche" di equilibrio e struttura, il racconto  ancora pi complicato perch deve riuscire a colpire immediatamente, senza tempo per l'introspezione n per delineare nei particolari una situazione "ambientale" in grado di creare affezione nel lettore.
Le solitudini dell'anima, in particolare,  una raccolta di testi molto diversi tra loro, per tono, lunghezza, argomento e data di produzione, e tuttavia omogenei perch tutti in un modo o nell'altro emblematici dell'approccio di Maurizio alla scrittura, da lui considerata un mero strumento per raccontare storie.
In ogni caso, anche nei racconti meno recenti, pi "acerbi", credo si intuisca sempre il seme della scrittura che verr.
Il libro si apre con "Dieci centesimi", racconto in prima persona, inedito, in cui un Luigi Alfredo Ricciardi diciottenne spiega, a modo suo, il motivo per cui si  iscritto alla Facolt di Giurisprudenza della Federico Secondo di Napoli, invece che a quella di Filosofia, come aveva inizialmente deciso di fare.
E' finora il Ricciardi pi giovane che parla del suo incontro/scontro con quel Fatto che gli ha orientato la vita; ora sappiamo anche nella scelta degli studi da intraprendere.
La scelta di cominciare con Ricciardi non  casuale:  da Ricciardi e dal primo racconto che lo vide protagonista che tutto ha avuto inizio, oramai dieci anni fa. E se in questo decennio il personaggio si  sicuramente evoluto e approfondito,  pur vero che le caratteristiche oggi tracciate in questa sorta di prequel non lo abbandoneranno pi.
Seguono: alcuni racconti sentimentali, in cui predomina l'aspetto emotivo, meno recenti, quindi meno "sorvegliati" ma forse proprio per questo particolarmente efficaci; racconti prettamente noir; storie di vita vissuta, vita propria o di altri; infine, vicende squisitamente napoletane, nell'ambientazione ma anche e soprattutto nello spirito.
Chiude un omaggio a Eduardo Galeano, "Tutta quell'acqua", sorta di inno, naturalmente romanzato, al racconto, alla sua potenza, alla sua magia.
Dopo aver riletto tutto prima di mandare Le solitudini dell'anima in stampa, ho ripensato all'ultima intervista.
Forse non  cos assurdo credere che dietro ai racconti possa esserci una mano femminile: l'empatia di "Dieci centesimi", la delicatezza di "Tu, e il nuovo anno", la commozione struggente di "Ti voglio bene" e la meravigliosa poesia di "Tutta quell'acqua", tra gli altri, potrebbero effettivamente essere dettati dalla sensibilit di una donna.
Ma cos non . Io c'ero. E ho visto nascere da lui e ho riconosciuto come miei emozioni e sentimenti, passioni e stati d'animo.
In altre parole, avrei voluto essere l'autrice. Pur senza esserlo.
E perci spero vi piaccia. Come  piaciuto a me.
Paola Egiziano

DIECI CENTESIMI
Me lo ricordo, quel giorno. Me lo ricordo bene.
Era una delle prime mattine di ottobre, quando l'estate si rassegna e comincia ad arretrare per fare posto al vento che viene dal nord e porta il fresco e pure un po' di pioggia. Non avevo voluto prendere la carrozza ed ero arrivato con la corriera e poi col treno. La grande piazza della stazione mi ricevette monumentale e maestosa, col grande palazzo e il porticato con gli archi altissimi, centinaia di persone che andavano in ogni direzione, per la maggior parte cariche di grandi involti che in tanti casi erano tutto quello che avevano.
L'ultimo anno prima del millenovecentoventi. Com'era diverso il mondo, allora. E com'ero diverso io, ancora privo di tutto il peso che mi porto addosso ora. Un ragazzo, consapevole solo di questi maledetti occhi che vedono quello che gli altri non vedono. Consapevole solo della mia follia.
Avevo finito gli esami liceali all'inizio di quella stessa estate, nel collegio dove secondo la tradizione familiare i baroni Ricciardi di Malomonte assumevano la necessaria istruzione. La regola voleva che bastasse e avanzasse: c'era da occuparsi dei beni di famiglia, un'intricata lista di poderi, tenute, frutteti e viti, e animali al pascolo e case e casupole che mai avrei visto, e che nemmeno un po' m'interessava vedere. Per fortuna nessuno poteva contestarmi le decisioni sulla mia vita: i miei genitori non c'erano pi, e la parentela pi distante non aveva la sufficiente autorit. Sospettavo peraltro che qualcuno tra i cugini avesse tirato un sospiro di sollievo quando avevo comunicato che avevo intenzione di iscrivermi all'universit: avrebbero avuto molto pi agio per i maneggi e i meschini interessi. Stupidi. Erano stupidi. Non capivano che a me comunque non interessavano n i soldi n il potere, tantomeno quello che si poteva esercitare a Fortino, nel basso Cilento.
Io, vedete, gli avrei detto, ho ben altro da sopportare. Sono solo un ragazzo, ma ho ben altro da sopportare.
Ricordo che mi guardai attorno, appena uscito dalla grande stazione. In mezzo a quella brulicante marea di sudore, miseria e inutile fretta, tra tutto quello scappare dalla sottile pioggia d'ottobre brillavano traslucidi almeno quattro morti. In mezzo ai vivi e ugualmente sofferenti, fermi nell'attimo che li aveva tolti dal mondo, contorti nel dolore del distacco, vividi e perfetti alla vista martoriata degli occhi della mia anima.
Due che si fronteggiavano coi coltelli, nella penombra di un portone, che urlavano invettive, uno col cuore spaccato e l'altro che vomitava sangue dai polmoni squarciati; sembrava che la questione avesse riguardato la donna di uno, e un certo bacio visto di nascosto.
Un ragazzo seduto in mezzo alla strada, dove una delle rare autovetture l'aveva investito mentre inseguiva una palla di stracci, che invocava la madre.
Una donna con la colonna vertebrale spezzata e il volto semicancellato, che rimpiangeva un amore partito o forse morto, dopo un volo di quattro piani dal balcone di un palazzo, un po' pi in l.
Benvenuto, Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, pensai. Benvenuto in citt.
E allora, perch me n'ero andato? Per quale motivo avevo portato la mia follia lontano dalle mura del castello dov'ero nato, dove almeno avrei potuto rinchiudermi da solo, senza ascoltare quell'atroce mormorio? La risposta me l'ero data mille volte: dovevo capire. Dovevo capire il significato del dolore. Dovevo capirne il senso, la funzione: se per caso purificasse come dicevano i poeti, se salvasse da qualcosa come dicevano i preti, se aiutasse a capire come dicevano i filosofi. Io, che ne conoscevo il verso ottuso e concreto, potevo forse studiarlo pi da vicino di altri. Nella mia giovane mente idealista speravo che il mio quotidiano martirio a qualcosa servisse.
Mi ero perci convinto di dover continuare gli studi, e avevo scelto appunto la filosofia. Non avevo amici da imitare o da seguire, come del resto non ne ho adesso che osservo la stessa pioggia di allora cadere fuori e dentro la mia anima dalla finestra dell'ufficio, in questura, cercando le radici di questo lavoro che mi opprime ma senza il quale non saprei vivere. Non avevo attivit paterne da curare in prima persona, n ricchezze da inseguire. Ero gi fin troppo ricco, e disinteressato a esserlo. Volevo capire. Solo capire. Non sapevo che non c'era nulla da capire, avevo solo diciott'anni.
Studiare mi piaceva. Mi pareva di scavare in un mucchio di conoscenze, cercando quelle utili tra il ciarpame di nozioni che nulla aggiungevano alla consapevolezza del lamento del ragazzo accanto al quale passavo attraversando lo stradone, facendo attenzione a non finire nello stesso modo, sotto gli zoccoli dei cavalli dal mantello lucido di pioggia o sotto le grandi ruote di legno cerchiate di metallo dei carri che trascinavano merce. Ero determinato; e non avevo voluto che nessuno mi accompagnasse, nemmeno la cara tata, Rosa, che mi avrebbe raggiunto solo appena avessi trovato una casa dove stare. Volevo fare conoscenza dei luoghi dove avrei vissuto per qualche anno, fino alla laurea. Non sapevo cosa avrei fatto dopo: fumosamente immaginavo di insegnare, anche se il solo pensiero di dover spiegare teorie astratte con la segreta consapevolezza del significato concreto che esse avevano a giovani disinteressati mi faceva orrore.
Ricordo che scelsi di arrivare a piedi all'edificio dove da pochissimi anni aveva sede l'universit, incurante della pioggia. Se n'era parlato tanto, nonostante la Grande Guerra fosse nel pieno, con tanti ragazzi di pochissimo pi grandi di me che erano partiti per il fronte in quegli anni; e ancora scorrevano calde le lacrime sui volti delle madri, a migliaia rimaste inutilmente ad attendere un ritorno che mai sarebbe avvenuto. Per pochi mesi io, che ero nato all'inizio del secolo, non ero stato chiamato; mi ero chiesto quanto ci avrei messo a impazzire, trovandomi in trincea circondato da centinaia di cadaveri che mormoravano di mogli e fidanzate e padri e mamme, mentre gli ultimi battiti dei cuori morenti pompavano sangue nero dalle ferite di mortaio.
Come che sia, non ero andato in guerra. E facevo parte della prima generazione di studenti della meravigliosa nuova sede, di cui si favoleggiava dovunque e che costituiva la fabbrica degli intelletti dell'Italia nuova. Avessimo saputo allora quello che ci riservava il futuro, di aratri che tracciano il solco difesi dal moschetto, di marce in camicia nera e ambizioni imperiali, ci saremmo forse risparmiati tutti quegli ideali. Che peraltro personalmente non avevo: io volevo solo capire. E immaginavo che la soluzione del mistero della pazzia che mi ammorbava fosse nelle pagine dei grandi pensatori del passato, tra i quali segretamente forse si celava qualcuno come me.
Ricordo che la pioggia rinforz un po', e che pass un tram elettrico. Incrociai lo sguardo del conducente, in piedi davanti alle leve dei freni, col berretto e la visiera, l'unico asciutto a bordo mentre i passeggeri si accalcavano al centro della vettura per evitare gli schizzi d'acqua che entravano dalle aperture laterali. Mi osserv curioso: un ragazzo ben vestito, ma senza cappello n ombrello, che passeggiava tranquillamente come se ci fosse bel tempo. Forse gli sembrai pazzo. BE, non sapeva quanto avesse ragione. Mi era sempre piaciuto camminare sotto la pioggia, anche dalle mie parti dove d'inverno l'acqua  accompagnata dal vento che scende umido e profumato dai boschi; Dio sa quante volte avevo sopportato il sordo brontolio di Rosa, che protestava per la mia debolezza di gola e per la maledetta abitudine di girare a capo scoperto, ma non ci potevo fare niente: i cappelli mi danno l'emicrania.
Comunque non ero solo sul marciapiede del corso Umberto Primo, la lunga larga strada dritta che dalla stazione e attraverso un paio di meravigliose piazze portava all'edificio dell'universit. Sotto l'acqua si affrettavano signore grasse e belle ragazze che si tenevano il cappellino con entrambe le mani, maturi gentiluomini che cercavano di non scivolare sulle grandi pietre della pavimentazione reggendo il parapioggia e il cilindro; tra loro i poveri, rassegnati a bagnarsi, seduti a terra a mendicare o a esporre la merce che avrebbero voluto vendere. E naturalmente, a mio esclusivo uso e consumo, qualche sporadico morto per incidenti o suicidi. In bilico sui cornicioni, in mezzo alla strada, negli androni bui. Loro s, indifferenti alla pioggia come al sole.
La vidi all'ultimo angolo prima di arrivare al palazzo della Regia Universit di Napoli me lo ricordo come fosse adesso che me ne sto all'impiedi dietro a queste lastre, tanti anni dopo, a fissare la pioggia che batte piazza del Municipio e i suoi lecci. Ero soprappensiero, cercavo di evitare una pozzanghera che era un lago, e quasi ci andai a finire dentro, a quell'immagine triste e terribile. Era ferma, in piedi, a pochi centimetri dal muro grigio che fiancheggiava la strada. Mio malgrado e contrariamente a quanto avevo da tempo imparato a fare, mi fermai a guardarla.
Chiss cosa sembr a chi passava, e cosa pens chi si chiese cosa ci facesse un giovane sotto la pioggia a fissare un punto nel vuoto, vicino al muro antico di un palazzo del corso. La gente assai di rado si fa i fatti suoi. Quella volta per non si ferm nessuno, e io rimasi a fronteggiare il frutto folle della mia immaginazione o della mia seconda vista.
Era una bambina. Poteva avere sette, otto anni al massimo, una semplice veste bianca che tradiva l'appartenenza agli strati meno abbienti della popolazione, e in mano un mazzolino di fiori di campo. Era deliziosa, un visetto smunto ma due occhi dolci e addolorati che la sofferenza della morte aveva spento nel mezzo di un sorriso. Mi stavo chiedendo cosa le fosse successo quando mi resi conto che dalla veste, in mezzo ai piedini nudi, gocciolava insistente il sangue che non si mescolava alla pioggia che martellava la strada.
Ne avevo viste altre. Nelle campagne era una terribile frequente pratica quella di stuprare le ragazzine. Qualcuna sopravviveva, ma qualcun'altra mi aspettava lungo i sentieri delle mie solitarie passeggiate per raccontarmi quanto facesse male morire squartate. Questa per non si lamentava. Continuava a sorridere, e diceva: dieci centesimi. Dieci centesimi, signo', pE' `sti bbelli ciure. Che bbella musica tenite, int'o riloggio!
Restai a guardare e ad ascoltare, affascinato sotto l'acqua che mi scorreva addosso in mille rivoli. Dieci centesimi. Probabilmente, vendeva i suoi fiori al suo assassino.
Fin da bambino mi ero abituato a non lasciarmi permeare dal dolore. A difendermi dalla sofferenza che arrivava dai morti, sotto forma di mezzo pensiero amputato dalla fine improvvisa. Sarei impazzito ancora di pi di quanto sia accaduto, se avessi seguito quei frammenti di frase, quei mormorii, quei sussurri. Non sentire, mi dicevo. A volte arrivavo a concentrarmi su una canzone o una poesia, come se urlare al mio orecchio di dentro bastasse a distrarmi. Quella volta, non so per quale motivo, restai invece ad ascoltare la cantilena di quella vocina delicata, di quel fiore reciso che vendeva fiori recisi nel pieno di una strada principale della citt. Mi sentii addosso una smania nuova: dovevo capire cosa fosse successo.
Mi guardai attorno, come risvegliandomi da un sogno. A pochi metri, all'interno del vicolo che sfociava sulla via principale, c'era una piccola osteria; entrai d'impulso. All'interno c'era fumo, ma caldo e asciutto; pochi avventori, quattro vecchi che giocavano a briscola, un ubriaco addormentato sul tavolo che russava a bocca aperta, una coppia giovane che sussurrava sorridendo. Mi si avvicin una donna grassa, asciugandosi le mani nel grembiule sporco:
"Buona giornata, signori'. Accomodatevi, che vi preparo?"
Mi sedetti a un tavolino a ridosso della parete e chiesi un bicchiere di vino rosso. A portarmelo fu l'oste, un uomo panciuto di mezza et dall'aria gioviale e con un bel paio di baffi a manubrio.
Gli chiesi:
"Scusatemi, ma  qua vicino che  successo di quella bambina?"
Il metodo era quello che in genere funzionava. Una morte violenta lascia sempre tracce nella fantasia delle persone; quella di una ragazzina cos piccola, poi, doveva aver fatto molta impressione nella zona.
Negli occhi dell'uomo pass un lampo di dolorosa compassione:
"La fioraia, dite? S, proprio qua all'angolo del vicolo. Che peccato, povera creatura! Chiss chi  stato."
La donna grassa si avvicin, interessata all'argomento e vogliosa di dire la sua, mentre l'uomo si allontanava per servire i giocatori di carte. Ci avevo contato, in effetti.
"Signori', e quant'era bella! Scendeva ogni pomeriggio da Capodimonte, andava prima a raccogliere i fiori nel bosco e poi veniva qua per guadagnarsi pochi spicci. Io facevo sempre uscire qualcosa da mangiare per lei, la sera quando chiudevamo."
Chiesi, sorseggiando il vino e con interesse apparentemente blando:
"E pure quella sera, le avete dato da mangiare? Quella sera, quando  successo?"
Avevo pensato che non potesse essere accaduto che a tarda sera. Di giorno, col passaggio che c'era, qualcuno avrebbe visto.
Feci centro. La donna annu:
"E come no, signori'. Le portai io stessa la scodella con la zuppa, e poi me ne andai a casa. Era tardi, le dissi: vattene pure tu, qua non passa pi nessuno. Ma lei mi fece vedere il mazzolino di fiori e mi disse: no, signo', devo vendere ancora questi, se no mamm mi scomma di mazzate."
Scossi il capo, fingendo meraviglia:
"Povera bambina. Quindi non c'era pi nessuno, qui."
La donna indic l'oste:
"No, rimase solo mio marito, per fare due conti e chiudere l'osteria. Dopo un'oretta se ne torn pure lui, e quando la mattina trovarono la bambina mi disse che non aveva sentito niente e che lei stava ancora l col mazzolino di fiori. Chiss chi maledetto vigliacco pass per strada, quella sera, e fece questa schifezza. Permettete."
Restai a pensare, col vino in mano. Una tarda serata, una strada che si svuota, le luci a gas che vengono accese una a una. Qualche rara carrozza. Silenzio. Un mazzolino di fiori ancora da vendere, e la paura delle botte della madre. Dieci centesimi, signo'. Dieci centesimi, pE' `sti belli ciure.
L; oste rise rumorosamente per qualche battuta al tavolo dei giocatori, poi cav dal panciotto un enorme orologio da tasca. Disse:
"Ecco qua, ve la faccio sentire pure a voi. Per mettetevi sull'attenti!"
Apr la cassa, e dalla cipolla venne fuori il carillon della marcia reale. L'ubriaco addormentato si sollev guardandosi attorno perplesso, e tutti risero fragorosamente. Uno dei giocatori disse:
"Hai visto, funziona pure come sveglia, Aniello! Hai scetato perfino a Pasquale!"

L'oste, asciugandosi le lacrime d'allegria, ripose l'orologio col carillon in tasca e si avvi verso il bancone. La voce della bambina che gocciolava sangue dalle gambe risuon nella mia mente come fosse l, accanto a me: Che bbella musica tenite, int'o riloggio! E quasi contemporaneamente torn la voce dell'ostessa, che diceva: rimase solo mio marito, e dopo un'oretta se ne torn pure lui.
Che potevo fare, ero solo un ragazzo di paese che era l per iscriversi all'universit. E l'uomo che guardavo sorridere scuotendo il capo, mentre asciugava un bicchiere, era uno stimato e amato commerciante della zona. Che potevo fare.
Uscii dall'osteria lasciando una moneta sul tavolo. L'uomo mi lanci un'occhiata ostile, o forse fu solo una mia impressione. Sotto la pioggia percorsi la distanza che mi separava dalla rampa di scale di marmo che portava all'interno dell'Universit. Sfiorai l'immagine della bambina ma non ebbi il coraggio di girarmi a guardarla: in qualche strano, assurdo modo mi sentivo complice del suo assassinio.
Entrai nel meraviglioso androne dall'alto soffitto. Filosofia. Filosofia, per capire a che serve tutto questo dolore.
Un uomo in livrea mi avvicin:
"Signori', vi posso essere utile? Che cercate?" Ricordo che chiusi gli occhi per un attimo. Dieci centesimi, pensai. Voleva solo vendere il suo mazzolino di fiori, per dieci centesimi. A che serve, questo dolore?
Poi li riaprii, e dissi:
"Mi sapete dire dove ci si iscrive a giurisprudenza?"

TU. E IL NUOVO ANNO.
Ti vedo, sai? Ti vedo.
Ti vedo cominciare le tue giornate. Quella vecchia abitudine di accendere subito la lampada sul comodino, appena sveglia, per uscire da quello stato intermedio tra sonno e veglia, sempre un attimo prima dell'ora che hai puntato sulla sveglia, che perci non suona mai.
Dal tempo in cui la luce rimane accesa, da quei lunghi minuti tra l'alba e il giorno, senza che tu ti muova capisco dove sei andata col cuore, mentre la mente costruisce la coscienza di te stessa e il ricordo di chi e dove sei. Il momento in cui una vecchia vita creata da un sogno viene smantellata, pezzo dopo pezzo, da una realt tutt'altro che gradita, per usare un eufemismo. Lo capisco dal sospiro che vedo, il lenzuolo che si alza e poi si abbassa lentamente.
E ti vedo alzarti gi stanca, come se faticassi a trovare un buon motivo per lasciare il tuo letto solitario, nel quale peraltro hai stentato a trovare il sonno, rigirandoti per ore nella memoria di un altro tempo, fino a quando la notte  diventata padrona silenziosa della strada. A volte rimani seduta, i gomiti sulle ginocchia e le mani in faccia, chiusa in un pianto senza lacrime, la schiena curva, ferma sull'orlo di quell'ora sospesa.
Vai in bagno, trascinando i piedi. Ricordo l'incanto del tuo alzarti leggera, elastica e vaporosa, come se danzassi. Ricordo il sorriso, ospite fisso del tuo viso. Ricordo gli occhi mai bassi, sempre con un retrogusto d'ironia nello sguardo. Ricordo la tua voce calda, vibrante delle mille emozioni che portavi in petto. Ricordo. Non ha dolore, il mio ricordo. Il dolore se ne va, come la passione. Sopravvivono la tenerezza e la malinconia. Si perdono le tinte forti e rimangono quelle tenui, come se il cuore si scolorasse, un vecchio disegno esposto al sole spietato dell'estate.
Ti immagino sotto la doccia, ferma, il getto caldo che ti porta definitivamente fuori dai sogni, confusi tra pensieri e ricordi. Il tuo bel corpo che si rifiuta di invecchiare percorso da mille rivoli d'acqua, mentre emerge dall'incoscienza della notte. E poi lo specchio che ti rimanda un'immagine sconosciuta, le rughe come ferite senza gloria e senza riconoscenza che non hai pi voglia di nascondere.
E' adesso che ti viene in mente che oggi  l'ultimo giorno dell'anno. Sotto la luce forte e bianca delle lampadine, al rumore del primo petardo in strada, mentre lo stomaco si sveglia come se le tue emozioni fossero
ancora vive, il pensiero ti sorride sghembo come un pagliaccio incapace di far ridere. L'ultimo giorno dell'anno. Pensi che sar facile augurarsi di meglio, per l'anno nuovo. Molto facile.
Ora sei uscita. Ti vedo andare al lavoro. Hai preso l'abitudine delle cuffiette e degli occhiali neri, anche quando il sole  pallido e incerto come stamattina. Porti anche i guanti, eppure non fa freddo. Difendi i sensi, udito, vista e tatto, come se volessi tenere fuori da te ogni distrazione. Potessi farlo, sorriderei di questa tua istintiva ingenuit: come se fosse possibile chiudere fuori il mondo e l'universo intero, come se si potesse coltivare i pensieri come fiori in serra, al riparo dal vento e dalla pioggia.
Anche rinchiusa in te stessa non riesci a sembrare uguale alle migliaia di altre persone, in strada, nella metropolitana. Hai sempre avuto una magia speciale, nel modo di muoverti. Attiri gli sguardi, che ti scivolano addosso senza sfiorarti.
Mentre ti vedo entrare veloce in ufficio, penso che l'amore  un luogo, non un quando come siamo invece abituati a credere. Diciamo: sono innamorato. Amo. Quando ero innamorato. E invece amare  un posto, una stanza in cui cambiano le leggi della fisica, dove il sopra diventa sotto e il dentro fuori. Una stanza che pu diventare una prigione solitaria e disperata, peggio della morte.
Peggio della morte.

Da lontano intravedo i tuoi sorrisi tirati. Si festeggia la fine, si festeggia l'inizio. Un panettone, un pandoro, un tappo che salta, liquido giallo e bollicine in orribili bicchieri di carta. Tanti auguri. Tra gente che magari si scannerebbe, coi toni solenni e plastificati di un addio che durer meno di due giorni. Tanti auguri.
Ti guardano tutti, di sfuggita, gli occhi forzosamente ammantati di una tristezza di circostanza. Le labbra strette in un sorriso che vorrebbe essere un farti coraggio. Ti alzi di scatto e te ne vai, per non dare la soddisfazione di una lacrima che non riesci a nascondere.
Sei di nuovo in strada, ancora occhiali, guanti e cuffiette per riparare il tuo dolore. Guardandoti capisco che questo dolore sta diventando un'armatura che potrebbe essere un carcere. Sono contento di quello che ho chiesto e ottenuto per te; giusto in tempo. Tra poco, una settimana, un mese, questo tuo atteggiamento sarebbe diventato inespugnabile, la tua anima ne sarebbe morta per inedia e asfissia. Giusto in tempo.
Scendi le scale della metro, mentre attorno a te la gente si sorride, si saluta, si augura un anno che, per la maggior parte delle persone, sar uguale a ogni altro anno. Ricordo il nostro ultimo capodanno, occhi negli occhi, sorriso nel sorriso. Ricordo la magia di noi due, sospesa in un silenzio solo nostro, mentre attorno c'era il solito, inutile finimondo.
Non ricordo il dolore; eppure era tanto, era forte. L'ultimo spasmo trionfante della malattia che vinceva, che finalmente aveva la meglio sul mio corpo martoriato. La memoria della sofferenza  stata cancellata, con la morte. Ecco, forse  questa la piet estrema di chi ci vuole solo transitoriamente in vita: annullare il ricordo del dolore. Io rivedo ogni scintilla del tuo sguardo, amore mio, e nulla della microscopica bestia che divorava le mie viscere dall'interno.
Ti guardo mentre ti siedi in un altro posto, infastidita da un vecchio che occupa il sedile singolo che di solito  il tuo. Lo vedo entrare, puntualissimo nell'attimo previsto, reggendo il giornale, il telefono, la borsa e l'impermeabile in precario equilibrio, cercando un posto libero che  quello affianco a te. Gli cadr la borsa sul tuo piede e tu lo guarderai con livore, tra quarantadue secondi. Ti chieder scusa, e scoppier a ridere. La risata ti contager, e riderai anche tu. Un buon inizio, tutto sommato.
Ti guardo sospirare, spero per l'ultima volta. E ti lascio andare, senza dolore e senza nostalgia.
Buon anno, amore mio.

IL SOGNO NELLA CALZA.
Luca non dormiva. Era da parecchio, che non dormiva. Per la precisione, dal ventinove dicembre. Da quando cio il professore di algebra omologica aveva riunito gli assistenti nel suo ufficio e aveva fatto il suo discorso.
Gli assistenti del corso di algebra omologica erano quattro, due donne e due uomini tra cui Luca. Da una vita cercavano di acquisire visibilit agli occhi del professore, un genio assoluto famoso in tutto il mondo per la sua attivit di ricerca, guadagnando cos il ruolo di primo assistente. Questo terribile gioco a premi aveva azzerato le loro vite, assorbendo sentimenti, emozioni e socialit. Attorno a loro si era fatto il vuoto, e anche tra loro stessi: l'antipatia generata dalla rivalit si era ormai da tempo coagulata in odio, e dietro la fredda cortesia ognuno avrebbe ricevuto con gioia la notizia di una malattia degli altri, di qualche disgrazia o almeno di un contrattempo che li tenesse lontano dalla facolt per quanto fosse necessario a rimanere irrimediabilmente indietro nella ricerca. Luca era forse il meno malevolo dei quattro; non era mai stato bravo a odiare, e forse nemmeno ad amare. Lui era bravo in matematica. I numeri erano da sempre la sua passione, il suo grande amore, la sua famiglia. Non aveva fratelli e non aveva mai conosciuto suo padre. Le rare volte che aveva chiesto notizie di lui alla madre, la donna era stata vaga e in fondo non gli importava molto: gli bastava poter continuare a studiare. E lei, pulendo scale e appartamenti, gli aveva consentito di arrivare all'et delle borse di studio. Il resto lo aveva fatto da solo, girando per le universit pi famose fino ad arrivare alla corte del professore. In attesa del discorso che aveva ascoltato, la mattina del ventinove dicembre.

Ti guardo, steso nel letto ad occhi aperti. Sento i tuoi pensieri, veglio su di te come ho sempre fatto, come quando eri bambino e nel sonno agitavi sogni e pensieri, gemendo piano. Non li capisco, i tuoi pensieri; come al solito, non li capisco. Numeri su numeri, simboli strani che salgono e scendono, parentesi che si aprono senza chiudersi. Vorrei capirli, per esserti pi vicina, per poterti aiutare. Perch stavolta sento angoscia, dietro il tuo pensiero. Stavolta non ci pensi con piacere, ai tuoi numeri. Non sento la solita fredda gioia nell'osservare che alla fine tutto quadra, tutto  a posto. Sei preoccupato, avvilito. Perch?
Era all'estero, quando la madre mor. Non la vedeva da pi di un anno. La carriera universitaria nel suo ramo non prevedeva assenze, nemmeno per la malattia di un parente. Un parente; oggi, a distanza di dieci anni dalla morte di lei, not che la ricordava come un parente. E invece, ora che si trovava al cospetto del nodo fondamentale della sua carriera e che era stretto dall'angoscia, avrebbe voluto parlarle; gli sarebbe piaciuto posarle la testa su una spalla e forse piangere un po'. Anche solo per pensare a qualcos'altro, per un minuto. Ma lei era morta, da sola, mentre lui si trovava dall'altra parte del mondo per un congresso sulle sequenze algebriche, in mezzo all'oceano dei suoi amati numeri, tra gente sconosciuta ma con la sua medesima passione. Si pent, dieci anni dopo, di non essere stato con lei mentre respirava per l'ultima volta. Si chiese se aveva pensato a lui, in quel momento estremo.

Ma certo, che ho pensato a te, amore mio. E a chi altro avrei potuto pensare, se non al mio dolce, introverso bambino perso dietro ai suoi numeri? Non ho forse pensato a te per tutta la vita, e anche per tutto questo tempo dopo la vita? Non sono stata mille volte orgogliosa dei tuoi successi, di tutta la strada che hai fatto? Certo, sarei stata felice di vederti con qualcuno vicino, piuttosto che in questa stanza di albergo fredda e vuota, in mezzo a libri polverosi e computer che ronzano mattina e sera. Magari con una bimba in braccio cui dare il mio nome. Ma se hai scelto cos, vuol dire che questa era la tua strada, e io voglio che tu stia bene. Fammi capire, mio dolce bambino: qual  il problema che ti assilla? Perch sei infelice?
Se fossi qui, mamma, parlerei con te. Ti racconterei di come, a quarantacinque anni e dopo aver investito tutta la vita in questa maledetta carriera, sono arrivato a un cancello di cui non ho la chiave; e di come dietro al cancello ci siano l'onore, la gloria e i riconoscimenti che ho sempre sognato. Ripens al professore e alla riunione; l'uomo aveva fatto scorrere lo sguardo freddo su tutti loro, che non respiravano nemmeno. Signori, aveva detto, io me ne vado. Mi hanno proposto una consulenza industriale e ormai ho da tempo superato l'et della pensione. Il rettore mi ha chiesto di indicare uno di voi come mio successore pro tempore, ma certamente al prescelto sar offerta la cattedra dopo uno o due anni; e la direzione dell'istituto, compresi i progetti di ricerca che conoscete bene. Ma in questi anni siete stati tutti molto in gamba, e non me la sento di scegliere; allora, come sempre, mi affider alla matematica. Su questo foglio troverete un problema sulle sequenze spettrali. Oggi  il ventinove dicembre; vi aspetto qui il sei gennaio,  festa e avremo l'aula con la lavagna grande a nostra disposizione. Chi di voi si avviciner di pi alla soluzione avr il mio posto. Buona fortuna. Ma la fortuna non c'entra, pens Luca. Oggi  cinque gennaio, non ho pensato ad altro per otto giorni e non ho la minima idea di come si possa risolvere il problema. Non puoi aiutarmi, mamma. Non avresti potuto aiutarmi. Ma sarei stato felice di poter parlare un po' con te.

Tutto qui? L'angoscia che sento, tutta questa pena  per un problema di algebra? E dov'? Su quel foglio, sulla scrivania? E' per questo, che soffre il mio bambino? Hai ragione, tesoro: io non ti posso aiutare. Sono solo una donna delle pulizie. Ma qui, dove sono ora, le gerarchie non sono quelle della cultura o della ricchezza. Qui conta quanto si sia stati onesti, e quanto si abbia amato. E nessuno al mondo ha amato qualcuno pi di me, e ha onestamente lavorato per lui pi di me. Ho un paio di amici che non mi diranno di no. C' quel signore tedesco, con i baffi e i capelli bianchi in disordine, per esempio; mi hanno detto che con i numeri  molto bravo. E per recapitarti il messaggio, proprio stasera c' una postina speciale. Se solo preparassi la casella di posta per riceverlo, se solo mettessi il segnale...
Luca sent arrivare il sonno. Non aveva la soluzione; aveva perso. Ripens alla madre e si sent solo come non si era mai sentito. La notte della befana, pens. Ricord che, nella sua povert, la donna non aveva mai mancato di fargli trovare un dolcetto, la mattina. D'impulso, tra sonno e veglia, allung una mano, prese un calzino dalla scarpa vicino al letto e lo appese alla sedia. Poi si addorment.

Dormi, bimbo mio. Dormi e non pensare. Ricorda che la mattina viene sempre, e con lei il sole. E il sole illumina.

Luca sal i gradini che portavano all'istituto a due a due, senza riuscire a smettere di sorridere. Si chiedeva ancora come fosse possibile che la soluzione, semplice e pulita, si fosse presentata con chiarezza ai suoi occhi, appena sveglio. Un'illuminazione. Il tempo di trascriverla, ancora con la mente annebbiata dal sonno, e via all'universit. Era solo: gli altri non si erano nemmeno presentati. Aveva vinto. Prima di entrare, senza un perch alz gli occhi verso il cornicione e gli parve di vedere una cosa che la sua mente razionale non poteva accettare, nemmeno nello stato di esaltazione in cui si trovava: una vecchia scopa che spariva dietro il tetto. Forse un piccione, pens. Strani scherzi fa la vista.

TI VOGLIO BENE
La perse un marted, una decina di giorni prima di Natale.
Se ne and in punta di piedi, come aveva vissuto; di pomeriggio, senza far correre nessuno in piena notte, senza causare scompiglio.
Un mese prima Mario era tornato a casa dal lavoro e l'aveva trovata con la testa appoggiata al tavolo, addormentata in mezzo ai fagioli sbucciati a met, mentre la piccola televisione della cucina celebrava naufraghi su isole lontane. Gli avevano spiegato che una bollicina d'aria in una vena aveva percorso tutto il corpo di Laura e s'era fermata nel cervello. Cos, vedete?, gli aveva detto il dottore indicando la flebo. Allora Mario aveva chiesto: ma se la bollicina d'aria si vede, non si pu togliere? Il dottore se n'era andato, scuotendo la testa. Aveva perso gi troppo tempo.
E per un mese Mario se n'era stato l, seduto sulla piccola sedia traballante ai piedi del letto dove la sua donna respirava attaccata a una macchina. Attorno a lui l'ospedale correva frenetico, ma lui e lei vivevano come in una bolla fuori dal tempo. Una signora che veniva a fare visita al padre, l in rianimazione, gli aveva raccontato che forse parlarle le avrebbe fatto bene; che la sua voce, magari, Laura la poteva sentire ancora. Il medico frettoloso si era stretto nelle spalle: col cervello in quelle aveva detto, mi pare difficile che la signora possa sentire qualcosa. Si pu solo aspettare. Si capiva che con cos pochi letti, la speranza era che l'attesa non fosse troppo lunga.
Mario comunque non avrebbe saputo cosa dire. Non era uno che parlava molto, e non lo era mai stato. Un vecchio scherzo con Laura era proprio questo, lei che bonariamente gli chiedeva se era diventato muto perch, diceva, se fosse successo lei se ne sarebbe accorta solo anni dopo. Del resto anche lei non parlava molto. Insieme per quarant'anni, un'intera vita in salita; lui cameriere in un ristorante della riviera, lei a mandare avanti la casa e i figli e a moltiplicare cento volte i pochi soldi. Solo lei nella sua vita, solo lui nella vita di lei. Uno sguardo, un gesto e si capivano: che bisogno c'era di parlare?
Qualche volta, forse un paio in tutti quegli anni, lei gli aveva chiesto: ma tu mi vuoi bene? Lui, imbarazzato, rispondeva s, lo sai. E perch non me lo dici? Perch non c' bisogno. Lo sai. E allora Laura sorrideva, scuoteva un po' la testa e si rimetteva a cucinare, o a guardare quel po' di televisione che la sera gli faceva compagnia, ora che i figli se n'erano andati per la loro strada. Non te lo dico, perch non c' bisogno.
Finch un mese prima si era addormentata. E non si era svegliata pi.

Mario non era tornato al lavoro. Se ne stava al buio, in casa. Dormiva in poltrona, se gli capitava di spostare qualche oggetto lo rimetteva a posto con attenzione. Ogni tanto mangiava qualcosa, un pezzo di pane vecchio, un po' di formaggio. Ripuliva le briciole una a una. Si sentiva solo il custode della casa di Laura; pensava che, quando sarebbe tornata, se avesse trovato disordine avrebbe sospirato e si sarebbe rattristata. Sapeva di stare impazzendo, lo aveva detto la figlia prima di tornarsene al nord, aveva i figli piccoli, non poteva starsene l dietro alle manie di un vecchio pazzo. L'aveva sentita dirlo al telefono, chiss con chi parlava, il marito, il fratello all'estero.
Quando era partita per Mario era stato un sollievo: poteva starsene finalmente a pensare. A ricordare. Sapeste quante cose ho, da ricordare, avrebbe detto: quarant'anni di fatica, preoccupazione, gioie, dolori. Non c' emozione, non c' palpito di cuore che non abbiamo vissuto insieme. Sono un'ala che  rimasta da sola, dove volo pi?

Cap che Laura non sarebbe tornata la vigilia di Natale, di mattina. Al di l della tapparella serrata sent suonare forte una canzoncina, di quelle americane fatte con le campanelle, strillata da un megafono, qualcuno che vendeva roba con la macchina in giro. Pens che se Laura avesse potuto in qualche modo tornare sarebbe stata gi l, con lui. E gli prese la frenesia. Si vest di fretta, senza badare troppo a quello che prendeva dall'armadio ordinato, e usc in strada.
La citt correva impazzita come sempre, la sera della vigilia. Non c' niente che arrivi imprevisto come la sera di Natale. Mario camminava invisibile, in mezzo a persone cariche di pacchi alla ricerca dell'ultimo addobbo, dell'ultimo regalo, dell'ultima bottiglia di spumante. La via era lucida dell'ultima pioggia, faceva freddo: una pungente umidit attraversava la leggera giacca e entrava nelle ossa, ma non era per questo che Mario rabbrividiva. Gli pareva di essere un fantasma, nessuno lo vedeva, forse potevano persino passargli attraverso. Acceler il passo: aveva un appuntamento, doveva fare presto.
Si erano conosciuti sul ponte della Sanit, quello che regala un inatteso panorama in mezzo a una strada principale. Per i mesi dei loro primi incontri si vedevano l, e se ne stavano vicini a guardarsi sorridendo, senza parlare, mentre attorno a loro la citt vorticava nei suoi traffici. Gli sembrava di essere invisibili, due fantasmi felici in mezzo alla folla. Mario aveva pensato che non poteva essere che l, che Laura lo aspettava per farsi guardare sorridere almeno un'altra volta, per consentirgli di dirle quello che le doveva dire. Quarant'anni, pensava; e non ho avuto il tempo di dirti quello che ti dovevo dire.
Arriv sul ponte che il traffico cominciava a scemare, come una canzone che finisce. Si guard attorno: Laura non c'era. Non fu deluso, forse era in anticipo. C'era ancora gente che passava veloce, qualcuno lo urtava e non gli chiedeva scusa. Correte, correte, pensava Mario. Non perdete tempo. Avete ragione, a correre. Sapeste quanto  poco, il tempo. E quanto passa in fretta.
Poco pi in l c'era un banchetto, tre assi di legno messe in croce, e dietro un vecchietto imbacuccato in una coperta. Attaccati al banchetto una decina di biglietti della lotteria. A Mario la presenza dell'uomo diede fastidio: e se Laura per presentarsi a lui avesse avuto bisogno di trovarlo solo? E se per colpa del vecchio non si fosse presentata, e avesse potuto farlo stasera o mai pi, che  la vigilia di Natale? I pensieri gli mettevano ansia, mentre i minuti passavano e la folla si diradava. Le dieci. Il quartiere che si vedeva dal ponte sembrava un presepio, con tutte le piccole finestre illuminate. Arrivava l'eco di risate e canzoni.
Mario guardava il vecchio, che non accennava a sbaraccare. Coperto com'era, nel vento tagliente che soffiava sul ponte, non ne vedeva il volto. Ma che aspettava, se non c'era pi nessuno in giro per comprare i maledetti biglietti della lotteria? Non aveva dove andare, a passare il Natale? Ormai Mario era sicuro che, se non fosse stato solo, non avrebbe incontrato Laura. Rabbrividendo per la febbre e il vento, ebbe un'idea. Abbranc quello che aveva in tasca e si avvicin al vecchio. Quanto volete, per i vostri biglietti? Ve li compro tutti, cos andate a casa. L'uomo gir il capo verso di lui. La coperta gli arrivava al naso, il berretto di lana gli copriva la fronte. Si vedevano solo gli occhi, due lacrimanti occhi cisposi dietro un paio di occhiali tenuti insieme col nastro adesivo. Tutti?, chiese. Tutti i biglietti? S, disse Mario. Tutti. Basta che andate via.
Ci fu un lungo silenzio, Mario in piedi con una manciata di banconote strette nella mano, i capelli scompigliati dal vento, il vecchio seduto come un Budda di lana che lo guardava dal basso. Il destino, disse. Che?, chiese Mario. Il tempo passava.
Il destino, ripet il vecchio. Non lo puoi comprare, il destino. Io vendo solo una possibilit. Un biglietto  il destino. Dieci biglietti non sono dieci destini:  sempre lo stesso destino.
Il destino non esiste, disse Mario. E pensava alla bollicina d'aria nel tubo della flebo. Il destino lo facciamo noi. Con quello che facciamo, con quello che diciamo. E con quello che non diciamo, forse. Anzi, soprattutto.
E tu, disse il vecchio, che cosa cerchi sul ponte della Sanit la notte di Natale? Non senti che mangiano, che bevono? Non hai chi ti aspetta a casa, per festeggiare?
No, vecchio. Non ho chi mi aspetta. Se qualcuno mi aspetta, mi aspetta qui, su questo ponte. E aspetta che io sia solo, per venire da me un'ultima volta. Per ascoltare quello che ho da dire, quello che non ho detto quando potevo ed  rimasto qua, e si batt in petto. Vai via, vecchio. Prendi i miei soldi e lasciami il ponte, per questa sera. Mario guard in basso, la strada lucida di pioggia che rifletteva i lampioni. Venti metri, forse trenta. Il tempo di una frase, prima di abbracciarti ancora.
Il vecchio disse: il destino non si compra. Metti via i tuoi soldi. Cosa vuoi, dal Natale? Cosa vuoi che ti regali, il tuo destino?
Un altro Natale, disse Mario. Solo un'altra sera di Natale, per guardarla ancora mentre si muove nella sua casa, in quella danza silenziosa che mi sono goduto quaranta volte, per le quaranta vigilie di Natale che abbiamo vissuto insieme. Darei la vita, do la vita per un altro Natale. Per stare ancora una volta vicino a lei, per sentirne il profumo. Puoi chiedere al destino se posso avere un'ora, solo un'ora di un altro Natale?
Rimasero l, uno di fronte all'altro, circondati dal gelido vento del ponte. Non c'era pi nessuno, tranne il vecchio dietro al banchetto della lotteria e l'uomo in piedi, con i soldi in mano. Dopo un lungo silenzio il vecchio parl.
Lo vuoi e l'avrai. Un'ora, solo un'ora. Ma dovrai tacere. Dovrai guardarla, sorriderle, dire le cose che avresti detto, ma niente di pi. Non dovrai fare o dire nulla di diverso, il destino ha un equilibrio che nessuno deve alterare. Se dovessi dire quello che non hai mai detto, che non avresti detto, ti sar sottratta per sempre e non la rivedrai mai pi. Hai capito? Hai capito bene? Nulla di quello che non avresti detto. Nemmeno una parola.
Era un sussurro, niente pi di un sussurro che veniva da una lercia coperta. Ma a Mario parve il canto di mille angeli. Che devo fare?, disse. Prendi in cambio quello che vuoi, ma regalami quest'ora. E regalamela subito.
Vola, disse il vecchio. Fai presto. Manca un'ora a Natale. E Mario vol.
Si accorse che Laura non era mai andata via sin dall'androne del palazzo. Il profumo inconfondibile della sua cucina, una magia che si ripeteva ogni Natale: teneva da parte i soldi da un mese, per preparare la cena di quel giorno, pesce, frutti di mare, contorni, dolci. La pizza di scarole, con le acciughe, quella di cipolle dolci. Entr in casa senza fiato, la trov leggera, la televisione spargeva canzoni per la casa, un coro di bambini. Ciao, gli disse. Hai fatto tardi. Lui si mostrava calmo e dentro stava impazzando di felicit. Nel silenzio che gli era stato imposto, sorrideva di fronte alla calma di lei. E alla sua casa che aveva vissuto buia e fredda negli ultimi giorni, e che ora era il posto pi caldo e luminoso della terra.
La tavola era splendida, due lunghe candele accese, la tovaglia buona, i fiori freschi. Suoni, profumi. E soprattutto Laura, dolce e viva, calda e sorridente. Il loro tenero silenzio consapevole, quello che li aveva cullati e protetti per quarant'anni, adesso gli pesava: avrebbe voluto urlare, cantare tutta la sua felicit. Ma doveva rispettare la consegna del vecchio: non avrebbe sopportato di veder dissolvere quello spettacolo tanto amato.
Mangiarono, si sorrisero. Parlarono anche, le solite cose, i figli, i nipoti. La casa. Laura gli parl di quello che aveva da fare, piccole dolci faccende domestiche. Lui cerc di nascondere le lacrime dietro un colpo di tosse. L'ora pass.
Quando ebbero finito di sparecchiare e lavare i piatti, fianco a fanco nel loro speciale, dolce silenzio pieno d'amore, lui si ferm e le prese la mano. Guardandola negli occhi, pieni di lacrime disperate i suoi, di sorpresa e curiosit quelli di lei. Si port la mano alla bocca per un lungo bacio: capiva solo ora quanto gli fosse necessaria. E quanto fosse necessario che lei lo sapesse.

L'infermiere ai piedi del ponte guardava lo scomposto fagotto di stracci, illuminato dal lampeggiante dell'ambulanza. Qualcuno si era affacciato dalle finestre, incuriosito. L'uomo pensava che la notte di Natale era terribile, una calamit. E maledisse ancora una volta i turni che, per avere il capodanno, lo costringevano a lavorare quella sera.
L'uomo a terra ebbe un piccolo tremito, stava morendo. Un piccolo colpo di tosse, doveva essere stato quello: all'infermiere pareva impossibile, che prima di smettere di respirare avesse sussurrato ti voglio bene.

UN MESTIERE COME UN ALTRO.
Quella notte sogn sua madre. Non era successo per molti anni, ma quella notte gli capit di nuovo.
La rivide com'era quando lui era un ragazzino, non come se la ricordava alla fine della sua lunga vita, un povero relitto divorato dal tempo e dall'Alzheimer, non pi in grado nemmeno di guardarlo negli occhi col muto rimprovero per averla abbandonata in un istituto. Nel sogno aveva ancora il tono duro che era stato la colonna sonora della sua infanzia. Devi essere buono, se questo non ti nuoce. Poi, fai quello che devi Ma sii sempre pronto a difenderti: questo  importante.
Ricordava questo, del suo sogno, quando si svegli nel silenzio, il rumore sordo del cuore nelle orecchie. L'alba premeva per entrare nella stanza. Nella penombra si pass una mano sul viso e poi ne guard il dorso, bianco, il reticolo di rughe, il rilievo dei tendini, le unghie adunche.
Un uomo vecchio, pens. Sono diventato un uomo vecchio. Ma quando  successo?

Il lavoro lo invest all'improvviso, con la solita tonnellata di pensieri, programmi, brani di conversazione, righe e pagine che accompagnavano la prima autocoscienza del mattino. Non si sentiva ancora pronto, per. L'eco del sogno era per il momento troppo forte, voleva riflettere. La madre, il figlio, tutti e due vecchi: una nel ricordo, uno nell'immagine bianca di una mano nel buio. E se si fosse preso qualche ora? Se per una volta si fosse ritagliato un piccolo spazio, solo un momento per guardarsi in faccia in solitudine, senza gli schermi del grado e della funzione?
Era un desiderio che provava spesso, quasi ogni mattina: quando i suoi occhi si aprivano anticipando la vecchia sveglia meccanica, antica compagna sopravvissuta a mille traslochi. Non dava mai seguito a questo suo anelito, lasciando che le responsabilit lo sommergessero e lo portassero come una marea lontano da se stesso. Quel giorno per c'era stato il sogno, e l'immagine della sua mano, un artiglio estraneo nel buio. Prese il telefono sul comodino, dall'altra parte sapeva che qualcuno ascoltava in silenzio.
Chiese quali fossero gli impegni previsti per la giornata. In un sommesso mormorio, l'interlocutore non si mostr impreparato: la richiesta era frequente a quell'ora del mattino e a volte anche prima. Il programma era il solito, incontri, riunioni strategiche, summit. Tutto urgente, tutto indifferibile, tutto necessario.
Spazz via gli impegni con un secco ordine. L'interlocutore dall'altra parte della linea, perso in qualche meandro dell'immensa struttura, tent una debole protesta che lui fece cadere in un gelido silenzio. Decise di mantenere solo l'impegno di mezzogiorno, quello non lo poteva delegare. Il che gli forniva almeno un paio d'ore di libert vigilata, come chiamava ironicamente il proprio rarissimo tempo libero.
Si alz lentamente dal letto e si trascin in bagno. Vecchio. Era quasi affascinato da quell'idea, scoprendo di non averci mai seriamente pensato: un uomo vecchio. Senza la divisa, gli ordini imperiosi, la gente che scattava al suo comando. Senza il grado, il cappello, il seguito del suo stato maggiore. Senza la paura, il timore che ispirava. Un vecchio, nudo nella luce lattiginosa delle due lampadine, davanti a uno specchio. Un povero vecchio rimbambito, che sogna la mamma e ancora ne ha paura.
Si lav a lungo, con metodo. Acqua fredda, come si era abituato in antiche missioni di giovane soldato, quando appena sveglio balzava sul mondo con la smania della sua aggressivit. Ma di allora era rimasta solo l'acqua fredda.
Scelse un paio di vecchi pantaloni sformati, quelli che usava in montagna. Dovette cercare poco; al di l delle varie divise, una per ogni occasione, possedeva in tutto due o tre abiti. Un libro qualsiasi dal comodino, tra quelli che non avrebbe mai letto. E usc.
Le due guardie alla porta scattarono sull'attenti, occhi vuoti, nessuna sorpresa. Non li degn di uno sguardo. Un cenno infastidito della mano per allontanare la figura uscita dalla penombra, con un fascio di fogli in mano: ordini da firmare, disposizioni, comandi. Quella mattina non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso, non aveva ordini da poter dare.
Non prese l'ascensore, avviandosi verso lo scalone. Cominci a notare i segni della sua sorprendente presenza in una giovane in divisa che portava un vassoio, la colazione per qualcuno dei suoi ufficiali: un sospiro di terrore, le tazze che tintinnarono. La ragazza si addoss alla ringhiera di marmo, abbassando il capo. Paura, pens lui. Sono un povero vecchio, e i miei hanno paura di me.
Percorse i corridoi incontrando poche persone, la voce doveva essersi sparsa in fretta. Alla porta altre due guardie sull'attenti, gli occhi spenti nel vuoto. Si avvi verso i giardini. Dietro di lui quattro uomini si staccarono dall'ombra per seguirlo a rispettosa distanza. In lontananza sent il ronzio metallico delle trasmittenti e le voci sommesse che riferivano la sua posizione.
Non volevo questo, pens. Era un mestiere come un altro, all'inizio. E lo  stato per lungo tempo, quando ci credevo, quando non sapevo ancora che cosa c'era dietro. Poi, poi era gi troppo tardi.
In lontananza vide un gruppo di bambini che venivano condotti in tutta fretta via dai giardini. Stava arrivando il lupo cattivo.
Forse, riflett, meglio sarebbe stato che avesse avuto una famiglia sua. Ora sarebbe stato un vecchio professore, magari nonno, rispettato e amato, che raccontava favole a nipotini incantati per farli mangiare.
Ma doveva essere onesto con se stesso. Il potere, la scarica di adrenalina che ti riversava nelle vene, il senso dell'onnipotenza.. La stessa paura degli altri, la madre della sua solitudine, era un piacere fisico. Lo era sempre stato.
Sedendosi su una panchina all'ombra di un albero si guard intorno alla ricerca dei suoi fantasmi. Non vedeva nessuno.
Eppure c'erano. In quarant'anni aveva dovuto vibrare centinaia di coltellate nelle schiene altrui, molte volte a uomini che lo avevano scelto, che erano stati suoi benefattori. Mentendo, aveva detto a se stesso che era per il bene comune, perch lui avrebbe fatto meglio di loro. Poi, aveva pensato che fosse una specie di selezione naturale, la specie forte che prevale sulla debole, il sapiens sul neanderthal. Oggi, all'ombra di un tiglio nel primo sole della primavera, sapeva che non era cos; era stato solo pi lucido, pi veloce degli altri. Pi spietato.
Sorrise, amaro. Pi spietato. Proprio lui. Quello cui la mamma diceva imperativa di essere sempre buono.
Ma gli diceva anche di essere pronto a difendersi, e lui si era difeso. E aveva difeso i suoi, non appena aveva avuto accesso alle stanze oscure del potere, quelle in cui c'erano gli ordini da dare. Aveva diretto la polizia segreta molto a lungo; per le sue decisioni governi erano caduti, famiglie erano state decapitate.

A centinaia erano morti: anche e soprattutto civili, donne, bambini, vecchi.
Il bene comune. Nulla poteva pesare di pi. Ma il bene comune era il suo.
Con gli anni aveva scavato attorno a s un baratro di terrore. Aveva un nome conosciuto da pochi, ma il suo ruolo era ben noto. Aveva cominciato a combattere i possibili avversari, accusandoli di dissidenza; era diventato il pi fidato consigliere del vecchio capo di stato, un debole impaurito e malato, regnando di fatto al suo posto per anni. Aveva riempito carceri di paesi lontani, decretando morti bianche e scomparse silenziose. Era stato il regista nascosto di lunghi processi, di diffamazioni striscianti, di rovine e di suicidi. Aveva utilizzato tutti i vizi altrui, lussuria, ira, gola, avidit. A servizio della sua superbia.
Tutto per arrivare l, dove si trovava ora: un vecchio solo, su una panchina all'ombra, con un pantalone sformato e un paio di scarpe un po' scalcagnate, attorniato da fantasmi. E guardato a vista da quattro uomini nascosti, intenti a riferire a bassa voce e in codice i suoi movimenti. Doveva stare attento, pens. Il capo della polizia segreta aveva uno sguardo che non gli piaceva, forse tramava contro di lui; erano gi tre anni che lo aveva lasciato dov'era. Era tempo di cambiarlo. Lo avrebbe mandato in missione, e sarebbe scomparso nell'ombra di qualche giungla lontana. Lui sarebbe stato un po' pi forte. E un po' pi solo.
Si alz lentamente dalla panchina, la schiena dolorante. Un vecchio paranoico. E malato, pens. Rientr, stavolta prese l'ascensore, un ronzante strumento di ascesa. Che bella metafora della sua vita: salire da solo, in una gabbia dorata. Le guardie scattarono di nuovo, il tappeto frusciava sotto i suoi piedi trascinati. Solo: era stanco, di essere solo.
Rifiutando l'assistenza, vest la complicata divisa di rappresentanza, l'Alta Uniforme. Con dita ferme e l'anima tremante annod cordoni, strinse lacci, infil bottoni nelle asole. Percorse con le dita sete morbide, lucenti. Fredde. Pens all'inizio. Era solo un mestiere come un altro.
All'uscita della stanza fu circondato dal seguito; colse tra due dei suoi pi vicini aiutanti uno sguardo d'intesa. Che poteva significare? Sollievo perch era rientrato o qualche trama contro di lui? Nel dubbio annot mentalmente che se ne sarebbe liberato. Poteva sostituire chiunque, in qualsiasi momento: l'unico insostituibile era lui. Avevi ragione, mamma. Devo difendermi.
Alla fine del corridoio la grande sala, dove tutti lo attendevano. Fece un cenno col capo e le due guardie aprirono la porta. Poi ancora un passo avanti.

Dalla grande piazza inondata di sole la folla url la propria venerazione a Papa tredicesimo, che salut col suo famoso, dolce sorriso.

POVERINI.
Quanta ne  venuta gi, stanotte. Tanta, davvero tanta.
Quando ne fa tanta, io comincio a preparare la baita. Perch so che se ne crea un grosso mucchio dietro la curva della strada provinciale, dietro gli alberi fitti del bosco. E di sicuro qualche povero turista senza la trazione integrale ci finisce dentro, e non va n avanti n indietro.
Allora, di notte, si guardano attorno, poverini; pensano che fa freddo e che fino alla mattina non passer nessuno per aiutarli. Si spaventano, poverini; e cercano riparo. Il bosco d'inverno fa paura, sapete; si pensa ai lupi, agli orsi, agli uccelli notturni e a chiss quale altra bestia che ti guarda dal buio.
Allora vedono la baita, calda e illuminata, e io li ricevo con tutti gli onori e li ospito. Preparo il fuoco, le coperte, il vino caldo; metto su un po' di musica, cos, poverini, si sentono a casa.
E affetto il prosciutto di cervo, e il formaggio di capra stagionato, e il pane croccante abbrustolito, con un filo d'olio buono.
La carne no.
La carne la portano loro.

IL MIGLIORE DI TUTTI
E va bene, maledizione. Se proprio lo volete sapere, ve lo dir. Anzi, ve lo racconto per filo e per segno, cos non potrete dire che  un'invenzione; e se poi lo direte lo stesso, o lo penserete, non mi importa. So che vi avr messo in testa un dubbio, e che questo dubbio fermenter nella botte della vostra anima, fino a diventare spumeggiante e rosso come questo Brunello di Montalcino, che mi avete versato nel bicchiere con l'esasperante condiscendenza di chi pensa che non ci sia di meglio.
E invece di meglio c', e quanto non lo potete nemmeno immaginare; ve lo dico io, che a detta di tutti sono il miglior critico gastronomico che esiste, temuto dai ristoratori di mezza Europa come il virus Ebola o, peggio ancora, come una pasta scotta. Trent'anni di professione, una gastrite cronica come strumento di lavoro che immancabilmente mi avvisa di un ingrediente sbagliato, di un abbinamento a vanvera, di un aroma scorretto. Trent'anni, e sempre questa domanda, la stessa che mi avete appena fatto: ma qual  il miglior vino che hai mai provato?
La risposta risale a un assaggio di molto tempo fa, tre anni, otto mesi e diciotto giorni per la precisione. Sbigottiti, eh? Vi potrei anche conteggiare i minuti e i secondi. Sono gli stessi della mia disperazione, della mia condanna. Perch, chiedete. E io ve lo racconto, anche se probabilmente non mi crederete.

Ne ho sentito parlare per caso, una mattina al bar. Novantanove volte su cento non avrei ascoltato, o me ne sarei uscito con una battuta acida e via verso piatti vecchi e vini nuovi da recensire in modo acidulo. Per quella mattina, chiss perch, mi misi ad ascoltare. Un tizio, una persona anziana, intervenne in una conversazione di due che parlavano del novello dicendo cose con un senso, gente che ne capiva, pi o meno. Insomma, `sto tizio con voce grave, sognante, se ne viene con la seguente frase: voi non potete avere idea. Ma lo dice con un tono da innamorato, come uno sposo abbandonato sull'altare, con un tremito di malinconia disperata che metteva in imbarazzo. Ci fu un silenzio innaturale, e i due cincischiarono un po' e poi se ne andarono. Io scossi le spalle e me ne tornai al giornale, dimenticandomi la cosa. Qualche giorno dopo mi ritrovai il vecchietto in redazione, che si rigirava in mano il berretto e si molleggiava da un piede all'altro davanti alla mia scrivania. Prego, dissi. E lui parl.
Mi disse che mi leggeva sempre, che mi ammirava e bla bla bla, che apprezzava il fatto che fossi uno che non faceva pubblicit facendosi pagare sottobanco. E che per questo, solo per questo, aveva deciso di dirmi una cosa che non sapeva nessuno. Risentii quel rimpianto, lo stesso tono disperato del bar. Di che si tratta, gli chiesi. Dovrebbe venire con me, mi rispose. E io ci andai.
Come vorrei tornare indietro a quel momento, e inventarmi una qualche scusa per non muovermi; avrei continuato a vivere con la mia gastrite, distribuendo cappelli da cuoco, gamberi rossi e stellette con parsimonia. E invece ci andai. Mi port in giro per i vicoli dietro via Tribunali, un dedalo di viuzze buie una dentro l'altra; mi ricordo che a un certo punto attraversammo anche dei portoni, passando sul retro di palazzi cadenti, antichi come il respiro dei morti della citt. E si ferm davanti a una porticina di legno in mezzo a un muro, girassi cent'anni non la saprei mai ritrovare. E buss, tre tocchi ravvicinati e tre distanziati, guardandosi attorno, mi cominciai a preoccupare, e chi sei, un Bond pensionato che non sa della fine della guerra fredda? Insomma, ci apre una vecchia. Ma cos vecchia che sembrava la nonna di una centenaria, tutta una ruga e in mezzo due occhi velati dalle cataratte. Questa non dice una parola, si gira e si avvia per una scalinata che scendeva nel buio. Dietro di me, il vecchio chiuse la porta.

Lo sapete com', questa citt. E' vuota, sotto. La curiosit aveva vinto ancora sulla paura, gastronomico ma pur sempre giornalista. Come la vecchia camminasse senza disfarsi in un mucchietto di polvere, rimane ancora oggi un mistero per me. Ma non  l'unico, signori: proprio no. Perch, dopo essere discesi nelle tenebre tanto che credevo di incontrare Belzeb in persona da un momento all'altro, spuntiamo in un giardino. Proprio cos: un giardino sottoterra, e che giardino. Pi o meno cinquanta metri quadri, attorno mura altissime e antiche quanto il mondo; non un canto di uccello, non un ronzio di mosca. Solo un pergolato, un'unica pianta di vite col tronco grande quanto una quercia. Ne ho viste, di viti: quella era diversa, non so pensare a quanto fosse vecchia e di che famiglia fosse. La madre di tutte le viti.
Senza dire niente, la vecchia spar in mezzo alle foglie. Il pensionato mi disse di accomodarmi, sussurrando come fosse in chiesa. Mi accorsi che in un angolo del cortile, giardino o quello che diavolo fosse, c'era una panchetta di pietra a ridosso delle scale, con davanti un tavolino, poco pi di una cassetta da frutta rovesciata. Mi sedetti, s: e che potevo fare? Non sapevo dove mi trovavo e non sapevo uscire di l. E poi, l'ho detto, sono un giornalista e volevo anche vedere dove si andava a parare. Esce la vecchia dalle foglie, uno spavento che non vi dico, pareva Belfagor o la zia di Tutankhamen. Ma aveva in mano due bicchierini, e una bottiglia con dentro la mia dannazione. Senza dire una parola, versa due dita di un liquido scuro colore del sangue rappreso, denso. Mi guardava fisso in faccia, seria. Che avrei dovuto fare? Presi il bicchiere, e bevvi.
Non ricordo di aver risalito le scale, n la strada che feci per ritornare. Non ricordo quello che mi disse la vecchia, se mi parl, o il pensionato col berretto, accidenti all'anima sua, che ho cercato mille volte e non ho mai pi trovato. E non ricordo di aver telefonato al giornale per dire che ero malato. Comincio a ricordare da una settimana dopo, quando mi sono ritrovato a guardare nello specchio del bagno una faccia orribile, barba lunga e capelli sporchi, occhiaie e un sorriso ebete stampato. Piano piano ho ripreso a lavorare, ho anche provato a essere buono qualche volta. Ma non  colpa mia, se tutto quello che ho bevuto da allora ha il sapore della cenere.
Mi chiedete qual  il miglior vino che abbia mai provato. Mi conducete sulle colline del Chianti, in Piemonte e in Borgogna. Mi fate sentire il vento del Cile o il sole della California. Ma non sapete che la mia anima vive nel ricordo disperato del sapore del frutto di un'unica pianta, che vive nel ventre della citt pi derelitta del mondo, in un giardino senza luce precipitato in un abisso. Il rosso migliore dell'universo, custodito da un'antica vestale che dovrebbe essere morta da cent'anni, che con mani e piedi devastati dall'artrite crea un'unica bottiglia di nettare ogni anno che sceglie a chi far assaggiare, servendosi, come messaggeri, di vecchi angeli patetici con un berretto strano. Che mi ha dannato l'anima, perch non lo assagger mai pi.

Si uccide anche cos, sapete. Creando il ricordo di un meraviglioso sentimento, che mai pi si potr ripetere. Io sono un cieco dalla nascita, che per un attimo ha visto il mare e la neve sotto il sole, e che ora  tornato cieco.
Adesso, vi prego: portate via questa sciacquatura di piatti di cui siete cos  orgogliosi, e lasciatemi solo.

LA MANO NEI CAPELLI
Io lo guardavo da lontano. Mi mettevo nascosta, e lo guardavo.
Quant'era bello, era bellissimo; gli occhi azzurri, quelle spalle, e il sorriso, quando sorrideva accendeva la luce per tutti. Piaceva a tutte, sapete? E certo, lo sapete, che stupida. Ma come piaceva a me non piaceva alle altre, sicuramente.
Io sono piccolina, lo vedete; ma sono graziosa, piacevo pure io, e ci sono stati tanti che, insomma, avete capito. Ma io no; io preferivo mettermi nascosta, lontana, a guardarlo. Dice: ma da lontano, che vedevi? Vedevo quello che mi serviva. Perch dovete sapere che a me soprattutto mi piaceva una cosa, di lui. Una cosa che nessuna di quelle quattro zoccolette che gli stavano sempre addosso vedeva.
A me piaceva come si aggiustava i capelli.
Mo' tutti a parlare della bravura, di quel ruolo o di quell'altro, delle interpretazioni; ma alle donne, vi posso assicurare, quello che interessava era la bellezza.

Le spalle, i muscoli, quel famoso sorriso, e immaginare quello che teneva nascosto nei pantaloni. A me invece piaceva quel gesto col quale si aggiustava i capelli.
Un tocco fluido con le dita, quando il ciuffo morbido se ne scendeva sulla fronte; un colpo secco, che finiva con una specie di piccola grattatina, come se volesse dire ecco, mo' statevene buoni qua, al posto vostro sulla cima della testa.
Io c'ero sempre, sapete. Se vi andate a cercare le riprese mi vedete, in disparte, dietro a un cartellone, alle spalle dei fotografi che scattavano centinaia di immagini di lui che sorrideva; ma nessuna posa poteva mai catturare l'incanto di quando si portava la mano nei capelli e se li aggiustava.
I capelli sono la vera immagine delle persone, sapete. A certi cadono, altri se li fanno di un altro colore, altri ancora se li tagliano in modi strani. Se ci pensate, sono l'unica parte del corpo che possiamo cambiare senza grande sforzo, una cosa facile facile, tanto poi forse ricrescono e cambiamo ancora. I suoi capelli raccontavano di lui pi dei film, pi del teatro e del milione di interviste. Belli, lunghi, forti, sempre in disordine proprio perch lui mi facesse impazzire un'altra volta mettendoseli a posto col tocco della mano. Dio, quanto era bello quando lo faceva.
Era diventata la mia ossessione, quella mossa della mano. Avrei dato la vita per poterlo fare al posto suo.
Ecco, se me lo aveste chiesto, che vuoi fare con lui, io non avrei pensato al sesso, a viaggiare per il mondo o anche a una passeggiata sul tappeto rosso sotto i lampi delle foto, no: io avrei chiesto di aggiustargli i capelli. Di toccarli, anche solo una volta.
Non pensavo ad altro, non vivevo per altro, non potevo mangiare o dormire o respirare. Vedevo i suoi film cento, duecento volte e mi segnavo il minuto e il secondo in cui si toccava i capelli, o si vedeva il vento scompigliarglieli un po'. Erano vivi. Quei capelli erano vivi.
A un certo punto cominciai a pensare che l'uomo che c'era sotto, a quei capelli, era solo un impedimento. E che li dovevo avere. A ogni costo. Anche per passarci la mano dentro una sola volta.
Venni a sapere che per il nuovo film, dovendo interpretare un androide, si sarebbe rapato a zero. Lo potevo consentire? No, non lo potevo consentire. E presi la mia decisione.
Ormai sapevo tutto di lui, compresi i momenti che si copriva tutto per non farsi riconoscere e se ne andava in moto in un certo quartiere fuori mano, per incontrarsi con quelli l. Gli piaceva pagare per certe cose. Lui che poteva avere chi voleva, quando voleva. Ma a me non interessava. Io volevo solo toccargli i capelli.
L'ho aspettato vicino alla porta del garage, con la siringa in mano. Ve l'ho detto, sono piccolina io, mi so nascondere bene.

Lo so, lo avete cercato dovunque. Lo so, quattro mesi, e ne hanno parlato tutti i giornali, le televisioni. Lo so, e poi il corpo, le impronte abrase. Mi serviva tempo.
Intanto se non venivo io da voi, mai l'avreste risolta, questa storia. Ma alla fine eccomi qua, con la soluzione. Siete contenti?
Io no, non sono contenta. Perch vedete, non  la stessa cosa. Dopo un po', forse per il freddo della cella frigorifera, si sono infeltriti, seccati. E hanno pure cominciato a cadere.
Hanno perso la morbidezza.
Per, da soli io e la sua testa, nella luce al neon della mia cucina, qualche bel momento lo abbiamo passato.
Con la mia mano, ad aggiustargli i capelli.

IL PURIFICATORE.
La individu subito, tra la folla che si assiepava sul marciapiede in attesa del treno.
In mezzo a tanta gente emanava solitudine, malinconia: le spalle piegate, gli occhi bassi, le braccia lungo i fianchi, le sporte appoggiate a terra. Lui sapeva cosa le passava per la testa, avrebbe potuto recitare le singole parole: ma nessuno avrebbe avuto interesse ad ascoltarle.
Si avvicin a fatica, curando di rimanere invisibile anche se con ogni probabilit la donna non lo avrebbe riconosciuto. Dietro di lei un gruppo di ragazzini che tornavano da scuola e che vociavano sguaiati, ridendo; uno di loro tentava l'imitazione di un professore o di un bidello, facendo sganasciare i compagni.
Scivol subito dietro i ragazzi. Adesso vedeva la nuca della donna, i capelli grigi e stopposi che pendevano senza vita, il colletto della camicia segnato da una linea nera. Prov la familiare stretta al cuore, tenerezza, compassione. Si chiese ancora una volta come la vita potesse fuggire lentamente da un'anima, come la voglia di continuare potesse scomparire lasciando dietro di s il vuoto. Peccato. Era un vero peccato.
Ora tra lui e la donna c'era solo una ragazza, che rideva alla performance del compagno con uno strano singulto. Con la coda dell'occhio vide altri due ragazzi, qualche metro pi in l, che si guardavano attorno nella folla alla ricerca degli amici; ecco, ora li avevano individuati e, sorridendo, fendevano la calca incuranti delle lamentele di chi veniva colpito dagli zaini ondeggianti dietro le loro spalle. Fece un passo verso la donna, che non aveva cambiato posizione di un millimetro, proprio mentre la galleria veniva invasa dallo spostamento d'aria del treno in arrivo. La ragazza fece un altro singulto, il treno irruppe veloce in fondo ai binari. I due ragazzi arrivarono affannando. Si spost di fianco e diede un colpo casuale con l'anca alla ragazza, che arretr impercettibilmente e tagli la strada a uno dei ritardatari che and fuori asse con lo zaino, barcollando. Non si accorse nemmeno che il carico che portava in spalla colpiva la donna proprio sulla schiena.
Solo lui la vide scomparire gi, senza un grido, sotto il treno. Prima c'era, un secondo dopo non pi.
Mentre pensava che solo dopo la partenza della metropolitana si sarebbero accorti del cadavere, l'uomo riflett su come si potesse salutare questo
mondo cos, senza un fiato, senza un urlo. Lasciando di s due sporte appoggiate a terra, in una qualche patata e un pacco di pasta, nell'altra del detersivo liquido.
Una lapide postmoderna, ricordo vano di una vita inutile.

Era diventato bravissimo, e lo sapeva. Certo lo aiutava l'aspetto, un ometto di mezza et, pochi capelli, occhiali fuori moda, abiti grigi e dimessi. In tutto e per tutto uguale a milioni di altri, uno di quelli che  impossibile da ricordare per l'assenza di un qualsiasi tratto distintivo. L'ideale, per essere quello che era: per fare quello che doveva fare.
Il Capo lo aveva reclutato molto giovane, quando aveva concluso la scuola senza infamia e senza lode. Lui solo aveva saputo scorgere le qualit speciali che si nascondevano sotto quella scorza di assoluto anonimato; e d'altra parte il Capo era noto per questo: guardava dentro, e non si fermava alle apparenze.
L'istruzione era durata a lungo, prima che gli fosse chiaro il motivo speciale per il quale era stato chiamato. Nel tempo si era abituato alla citt, quel misterioso dedalo di vicoli bui, quelle strade che si inerpicavano in salite senza senso o in ripide discese senza controllo; quella strana, assurda citt fatta di urla e di silenzi, accecata dal sole e battuta dal vento, ferma davanti a un mare che la ignorava. Le colline del Vomero e di Posillipo, la sagoma del vulcano incombente e, tra tutti i suoi fetori, il pi soffocante: l'indifferenza per la vita.
L; aveva percorsa in lungo e in largo, per ricevere le indicazioni del Capo ed eseguirne gli ordini. Ne aveva visto i quartieri eleganti e inconsapevoli, il mondo attutito e sintetico; e anche le zone oscure, popolate da esseri furtivi e silenziosi che si muovevano lungo i muri. Dovunque aveva portato la morte.
Non conosceva i piani del Capo, n le motivazioni che aveva. Non sapeva come le vittime venivano scelte, secondo quale criterio. La tipologia non lasciava comprendere i parametri n i principi. La donna di quella mattina era anziana, sola; ma c'erano stati giovani, e tanti. Ricordava una ragazza bellissima, che non si rassegnava al fatto che il suo amore si fosse concluso; e un ragazzino poco pi che tredicenne, che non sopportava la sua obesit. E un uomo d'affari di gran successo, tradito dalla moglie, e perfino un'attrice di qualche trascorsa notoriet, in perenne e struggente ricordo di una bellezza scomparsa.
Tra tanti il Capo sceglieva, e glielo faceva sapere. Il modo era sempre lo stesso, quello pi facile. Non lo aveva mai visto di persona, il Capo: non ne conosceva la voce, il volto. Lo immaginava, questo s: ogni giorno, ogni ora sentiva il suo sguardo addosso. Sapeva che nulla gli sfuggiva, e si atteneva rigorosamente a quello che era diventato il suo compito, la missione che gli era stata riservata.
Certo, potevano entrarci i soldi. Lui questo non lo poteva sapere. Per esempio la donna della metropolitana, ad onta del suo aspetto trasandato, era ricca, pur avendo perso interesse alla vita; magari qualche aspetto ereditario, a lui ignoto, avrebbe avvantaggiato qualcuno che il Capo riteneva degno. Ma sospettava che la motivazione non fosse quella.
La scala mobile lo port all'aperto, proprio mentre l'ambulanza arrivava in uno stridio di freni. Una pioggerella fine rendeva ancora pi grigia e melmosa piazza Dante. Si rifugi in un bar. Sapeva che la telecamera di sorveglianza, ove mai avesse funzionato, avrebbe registrato un movimento della folla tutt'altro che anomalo. Una fatalit. E d'altra parte dalla squallida esistenza della morta non sarebbe emerso nulla, nessun nemico. Nemmeno amici, se  per questo, o parenti stretti. Nessuno. Una vita deserta.
Si avvicin alla cassa e chiese un caff. Secondo l'antico uso napoletano ne lasci un altro pagato, per un futuro avventore sprovvisto di fondi. Era un vezzo antiquato che si consentiva a ogni obiettivo raggiunto, una specie di festeggiamento privato. Ma ovviamente non c'era niente da festeggiare: solo un altro compito svolto con adeguata diligenza.
Offrire un caff, senza sapere a chi; un piccolo atto di affetto verso chi non si conosce, verso un prossimo senza volto. Era stato lo spirito di quella citt, prima che diventasse una bolgia infernale, dannata e urlante,
diffidente e spaventata. Gli piaceva sentirsi il testimone di un patrimonio perduto, di vecchie usanze smarrite nella memoria dei vecchi. Magari il cassiere avrebbe intascato il piccolo importo, anzi, quasi certamente lo avrebbe fatto. Poco male; questo non toglieva nulla allo spirito del gesto.
Si sistem in un angolo remoto del locale, dal quale riusciva a vedere la strada. Un gruppetto di persone, con gli ombrelli aperti, si era fermato vicino all'uscita della metropolitana, incuriosito dall'arrivo dell'ambulanza. Vers lo zucchero nella tazzina, un cucchiaino raso. Mescol, in senso orario. Vide uscire un infermiere, ne colse lo sguardo rivolto all'autista, lo vide scuotere il capo. Solo allora cav un taccuino dalla tasca e scrisse una breve nota. L'altro suo vezzo: contare le operazioni. Tenerne memoria, annotandone le caratteristiche principali. Aveva scritto: donna, sporte, metropolitana. E data e ora.
In camera sua, sotto il letto, teneva una scatola di metallo, di quelle in cui una volta vendevano i biscotti; conservava l il suo piccolo, criptico archivio. Il soggetto, il luogo, un dato che caratterizzava l'evento.
I primi anni erano stati avari. Il Capo gli dava pochi incarichi, sporadici e perci pi difficili da realizzare. Per lungo tempo aveva creduto che questo dipendesse dalla volont di testarlo, di vedere se e quanto fosse capace di portare a termine un compito cos delicato e definitivo; poi l'attivit si era intensificata fino a diventare, negli ultimi mesi, addirittura frenetica. Aveva capito allora che a cambiare erano stati i tempi: all'inizio, nella povert e nella disperazione, la gente era attaccata alla sopravvivenza con animalesca volont. Ora invece si desiderava la morte pi della vita, e lui riempiva taccuini con sconcertante rapidit.
La sua abilit era quella di risultare invisibile, e di fare in modo che anche i casi di cui si occupava sembrassero assolutamente accidentali. Un filo scoperto, una caduta, una vite allentata; il destino poteva assumere diverse forme, e i giornali raramente dedicavano pi di qualche parola all'evento. In fondo in citt c'era troppa gente dovunque, e in troppo poco spazio: gli incidenti erano all'ordine del giorno.
La maggior parte delle volte faceva in modo che la cosa accadesse in sua assenza, preparandola in anticipo. Troppe telecamere dovunque, a sorvegliare bancomat e vetrine. Meglio evitare.
Non che gli importasse molto: sapeva che il senso della sua esistenza era in quello che era stato chiamato a fare, e che se il Capo avesse voluto gli avrebbe semplicemente fatto avere in qualche modo l'ordine di smettere. Ma non era ancora il caso.
Rientrando fece una deviazione, fermandosi ai giardinetti. Si sedette su una delle panchine, un po' in disparte, inforcando gli occhiali e tirando fuori il taccuino. Nulla di nuovo, la solita gente, solo un po' pi rada per l'umidit: una donna dava da mangiare ad alcuni gatti, richiamandoli col suono delle labbra; due uomini giocavano a carte; uno leggeva il giornale. La sua attenzione si ferm su un vecchio tarchiato, appoggiato alla ringhiera di un'aiuola; ne riconobbe le spalle curve, gli occhi perduti nel vuoto, il lieve tremito del labbro inferiore. Puzzava di morte, pi del cumulo di immondizia vecchia che gli stava a pochi metri.
Attese che il vecchio si muovesse, trascinando i piedi; lo segu fino a una palazzina non lontana, lo osserv mentre con la mano tremante apriva la porta, aspett che si accendesse una fioca luce al pianterreno. Annu, annotando diligentemente. Facile. Sarebbe bastato entrare dalla porta finestra, di notte, e aprire i rubinetti del gas. Quando e se il Capo gli avesse dato l'ordine, si sarebbe mosso con rapidit e decisione.
Dovette affrettare il passo, l'osservazione del vecchio lo aveva fatto ritardare; arriv giusto in tempo per vestire l'uniforme da lavoro. Una volta di pi pens a come fosse in gamba il Capo, che lo aveva messo proprio nel posto giusto per raccogliere le informazioni giuste direttamente dalla bocca dei candidati; e di come il suo ruolo, quello di contribuire a purificare la citt dai miasmi di quelli che rifiutavano la vita, fosse tanto importante da dover rimanere necessariamente celato.
Ora era pronto. Percorse la penombra verso l'angolo protetto che gli era riservato, fermandosi solo un istante davanti alla porticina d'oro che dava sull'angusto ambiente dove risiedeva il Capo. I suoi occhi non distinguevano i volti delle sagome in silenziosa attesa. Si sedette, sospir e assapor una volta di pi l'immenso potere delegato che gli era stato dato.
Poi apr lo sportello, e una voce roca, al di l della grata, gli sussurr:
"Padre, mi perdoni perch ho peccato".

GIURA SULLA VITA DI PAPA'.
Me lo vennero a dire. Da solo non me ne sarei mai accorto.
E' incredibile come non si veda quello che accade proprio sotto i nostri occhi; come si riesca a dare talmente per scontati e infiniti elementi in realt labili, incerti e provvisori come i sentimenti. Uno crede che sia per sempre, che un matrimonio, un amore, un rapporto si cementi strada facendo attraverso i figli, i progetti, la casa, i problemi comuni. E poi invece ti ritrovi un pomeriggio per strada, in una citt lontana piena di sole, a osservare una vita che dalla sera alla mattina  tutta diversa da quella che avevi immaginato.
Se devo essere sincero non ho mai sofferto per lei. Forse questo  l'indice del fatto che anch'io non ero pi innamorato, anche se il mio senso della famiglia non mi avrebbe in nessun caso consentito di mettere in discussione il mio ruolo; o forse, semplicemente, l'apprendere che era una donna cosdiversa da quella che immaginavo di conoscere me la fece vedere come
un'estranea, e delle estranee non ci si innamora. Comunque io non soffrii.
Me ne andai di casa, subito. Non potevo starmene l, e non potevo privare i miei due bambini della meravigliosa casa che nella citt lontana il mio lavoro ci aveva messo a disposizione; loro, di quello che succedeva, dovevano risentire il meno possibile. Che era gi troppo. Me ne andai. E mi ritrovai a occhi spalancati steso sul letto di una camera ammobiliata, a cercare un motivo qualsiasi per alzarmi, vestirmi e cominciare una nuova giornata.
Tutto quello che avevo era in quella casa. Soldi, sogni, coraggio, forza. Non avevo nulla da parte, nessuno a cui ricorrere. Dalla sera alla mattina ero diventato povero. Ma non era questo, il problema: avevo il mio lavoro, non ero vecchio n malato. Il problema, immenso, insuperabile, erano i miei bambini.
Si pensa alle mamme, sempre: al loro fortunato rapporto di carne e sangue, all'unione immensa della pelle, al latte. Si pensa alle mamme, troppo spesso pi deboli economicamente, alle rinunce di carriera per crescere i figli. Si pensa alle mamme.
Io invece ero un pap. Solo un pap. E il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima erano a pezzi. Un pap distrutto.
Nelle lunghe giornate nella citt lontana, la mia disperazione era per i miei bambini; per quanto mi sentivo inutile e privo di senso, se non potevo abbracciarli ogni istante, se non potevo alzarmi di notte e andare a vedere se respiravano bene nel sonno, se non potevo assistere a ogni istante della loro vita.
Ottenni di vederli tutti i giorni, per molte ore alla fine del lavoro. Lei era contenta, poteva vivere la sua storia finalmente alla luce del sole, senza porsi il problema della mia presenza e senza doversi preoccupare di dove fossero i bambini e con chi. Li facevo studiare, li facevo cenare. Ero diventato il baby sitter dei miei figli.
Non potevo continuare a lungo cos, volevo tornare nella mia citt e sottrarmi all'umiliazione costante della maldicenza. Ottenni il trasferimento. Quando ebbi la notizia invitai i miei due ometti di nove e sei anni a cena, in un ristorante che faceva delle ottime patatine fritte non surgelate.
Mi stettero a sentire, seri; poi il pi grande mi disse: pap, ne abbiamo parlato. Vogliamo stare con te. Vogliamo venire con te.
Hanno una volont forte, sapete. L'hanno sempre avuta. Non erano compatibili con la nuova vita della madre, lo sapevano loro, lo sapeva lei. Le parlarono, dopo le parlai io. Mi ascolt, poi disse: io vivo con i soldi che passi a loro; se vengono con te, tu mi darai da vivere finch non sar indipendente economicamente?
Ancora oggi, e sono passati tanti anni, lei sostiene di aver fatto il sacrificio per consentire ai figli una vita migliore. Facciamo tutti finta di crederle, che male c'? L'aiuta a vivere meglio.
Ci ritrovammo da soli. Se ci penso oggi mi vengono i brividi, in casa sono un incapace, non so nemmeno accendere il fornello. Ma ero, eravamo fortunati: trovammo una splendida signora ucraina che non parlava italiano ma era una fantastica mamma supplente, per quanto riguardava le incombenze pratiche. E fantastici erano i miei due ometti, che trovavo al ritorno dal lavoro vestiti e lavati, con i compiti svolti.
Il sabato e la domenica andavamo al cinema, anche tre film nella stessa sera, e al ristorante. Siamo cresciuti insieme, e naturalmente molto pi hanno insegnato loro a me di quanto io a loro. Non ci siamo lasciati mai, nemmeno un minuto.
Non hanno mai sentito dalla mia bocca una parola negativa sulla madre. Non si tratta di nobilt d'animo, ma di cautela: nella formazione di un uomo la madre significa la donna, la famiglia, l'amore e io non potevo privarli di questo. Hanno un ottimo rapporto con lei, e anch'io;  una brava ragazza che ha fatto degli errori, come chiunque. E non sa nemmeno di averli pagati cari.
Sono fantastici, i miei figli, sapete. Il massimo dei voti all'esame di terza media, il massimo dei voti alla maturit, tutti e due. Il maggiore  ingegnere aerospaziale, il secondo frequenta medicina. Eccellono nello sport, sono entrambi fidanzati con due bellissime ragazze, sono estroversi e pieni di amici. Superano il metro e novanta, sono assolutamente bellissimi. Sono tutta la mia vita.
Quando li guardo ripenso alle notti passate sveglio seduto sul bordo del loro letto, a controllare che la febbre non salisse troppo; o alle riunioni a scuola, unico pap in fila tra tante mamme; o al carrello del supermercato, riempito con l'aiuto di sorridenti e partecipi signore che avevano tenerezza per un uomo solo e incapace di scegliere tra tanti prodotti. E alle partite di calcio e ai film, e alle tante telefonate ogni giorno, a come siamo diventati ognuno il miglior amico dell'altro.
Ancora oggi, quando hanno bisogno di una certezza, quello dei due che non vuole avere dubbi su quanto gli dice l'altro sussurra: giura sulla vita di pap. E' il confine della sicurezza, sono le colonne d'Ercole del dubbio. Per loro, ancora oggi, la vita di pap  la cosa pi importante.
Quando sento quel giuramento gli occhi mi si riempiono di lacrime e d'orgoglio. E penso che in realt giurano su se stessi.
Perch sono loro, la vita di pap.

FASTIDIO.
Danno fastidio. Danno molto fastidio.
Specialmente adesso, che  arrivata l'estate ma non fa ancora tanto caldo, e piacerebbe tenere le finestre aperte invece dell'aria condizionata. Non bastava la zona pedonale che pedonale non , con i furgoni e le macchine col lampeggiatore e i motorini, gli impiegati e i funzionari dei mille uffici devono invece tenerle chiuse, le finestre, che se no non si riesce a lavorare, con tutto quel rumore. Anche la musica, adesso. Danno fastidio. Molto fastidio.

Chiamiamolo Ivan, perch il nome vero non si riesce a capire, pronunciato con quella voce calda e piena di consonanti. Gi, la voce. Ivan  partito da casa sua per seguire la sua voce, che al paese raccoglieva tanta gente nei giorni di festa. Una bella voce da baritono, accompagnata dal suo strano strumento che sembra una chitarra ma ha solo tre corde, un manico lungo e una cassa a triangolo, che lui suona tenendolo diritto, all'impiedi. E' una balalaika, ma lo sanno in pochi tra quelli che percorrono via Roma di corsa, la mattina di un giorno feriale.
Ivan non  di molte parole, preferisce cantare. Non ha girato poi molto, l'Austria ma lo hanno cacciato, Milano ma  sfuggito per poco alla polizia, Roma ma erano in troppi e lo hanno anche picchiato. Chi? Si stringe nelle spalle, non capiva nemmeno la lingua, non italiani comunque. Mi racconta che quando  successo si  coricato sullo strumento, per salvarlo. Io guarisco, balalaika no, dice. E sorride.
E' allegro, Ivan, al contrario delle sue canzoni che sono tristi. Non tristi, scuote la testa energico, e sgrana gli occhi. A te sembrano tristi, ma sono canzoni d'amore. Sono serie, dice Ivan, non tristi. L'amore  una cosa seria, dalle parti mie. Dalle parti mie non si pu suonare per strada, l'inverno  terribile, e poi non ti danno niente. E qui?, gli chiedo. Ivan sorride, e accarezza lo strumento; qui s, qualche volta anche trenta euro in un giorno. Se non vengono i vigili, se mi sposto spesso. Io alzo gli occhi verso le grandi finestre sbarrate di una banca, penso a teste grigie e occhiali, a tastiere e calcolatrici.
Ivan canta a occhi chiusi, ma ci vede benissimo. Perch canti cos? Sorride ancora, furbo: io chiudo occhi per ricordare parole. Non lo dice, ma sembrare cieco fa cadere pi monete nella custodia aperta, foderata di ingialliti giornali di un altro mondo. Abita dietro la stazione centrale, non mi dice in quanti sono e che fanno gli altri, come contribuiscono all'affitto, come mangiano. Mi dice: io canto, e sottolinea con un melodioso, profondo accordo; come se lo strumento a tre corde volesse dire la sua.
E ricomincia a cantare, Ivan, una struggente canzone in una lingua ignota e disperata, magari  una filastrocca, magari non significa niente. Passano due ragazze, una dice: ma secondo te  cecato? L; altra dice, non lo so, ma che depressione `sta canzone. Scoppiano a ridere, per una passando avanti butta venti centesimi nella custodia. Ivan finisce la canzone e si sposta. Per non dare fastidio.

Danno fastidio. Danno molto fastidio.
Uno magari va di fretta, e il traffico soffoca e spezza. Minuti contati. Il semaforo, ma perch questo semaforo  pi lungo degli altri? E perch quando uno ha fatto tardi lo trova sempre rosso? E mo' questo che vuole, con la pezza e il secchio? E tu attiva il tergicristallo, cos passa appresso. Perch non se ne vanno a casa loro? Ma che fastidio, che danno.
Nourad mi dice che il suo lavoro gli piace. Proprio cos, il suo lavoro. E' pulito, la giacca troppo larga di almeno due misure, la camicia azzurra col colletto liso chiusa al collo, senza cravatta. Mani larghe, scure sopra e bianchicce nel palmo. Il mio lavoro  pulire, non hai idea di quanto sono sporche le macchine qua. Ma come la vedono la strada, con quei vetri?
Quando il semaforo  verde si siede vicino al muretto della bella fontana e guarda di l della piazza, verso il mare. Io sono di Fs, dice facendo un cenno con la testa come se fosse di piazza Trieste e Trento; ma non lo dico pi. Quando lo dicevo i napoletani si mettevano a ridere e mi dispiaceva, la mia  una terra povera ma  casa mia, e non voglio sentirne ridere. Tanto siamo tutti marocchini per i napoletani, pure i nigeriani e i senegalesi. Io invece marocchino lo sono veramente, e ci torno pure ogni anno, per portare a casa i guadagni.
Nourad mi racconta che ha quattro figli e una moglie, una sola, si vanta della sua scelta monogama. Stanno bene, a Fs, ho comprato una bella casa. I ragazzi studiano. E tu, Nourad, qua che fai? Sto bene, mangio poco, prego. Siamo in cinque, una stanza sui Quartieri. Lavoro tutto il giorno, devo cambiare spesso se no arrivano e sono guai. Chi, arriva?, gli chiedo.
Sorride con la bocca ma non con gli occhi, rughe profonde, pochi denti, capelli grigi tagliati a spazzola. Arrivano e basta. Si prendono tutto, dicono che la zona non  mia. E alzano le mani. Ragazzi, con le moto. Guardo due dita fasciate della mano sinistra. Segue il mio sguardo e sorride, scuotendo il capo. No, questo  un tergicristallo. E avevo gi fatto met vetro.
Non ho paura dei ragazzi con la moto, dice Nourad, e nemmeno dei tergicristalli. Non ho paura delle minacce, non ho paura di lavorare sotto il sole o col gelo. Ho paura di dover andare a casa, e fa un cenno di l della piazza, verso il mare. Ho paura della fame dei miei figli.

Danno fastidio. Un fastidio di pazzi.
All'improvviso, chiss come, capiscono che sta arrivando una macchina della Finanza a un chilometro. Ma che tengono, le antenne? E allora scappano come uccellacci neri con quei sacchi enormi pieni di tutto, che se non stai attento ti buttano per l'aria, per correre in mezzo alla folla. Fanno bene, che li vogliono mettere in galera. Perch danno fastidio. Sono pure brutti, e puzzano. Molto fastidio.

Bashir ha una maglietta pezzottata del Senegal, gialla e verde. Ne va orgoglioso, gliel'hanno regalata due clienti quando c' stato il mondiale. Ride come Eddie Murphy,  impossibile rimanere seri quando ride Bashir. E' alto un metro e novanta, magrissimo e sempre allegro. E' uno di quelli evoluti, un decano, quindi non vende solo le canzoni, ma anche film e programmi per il computer. Si mette sempre allo stesso posto, se no i clienti rimangono disorientati, e camminano incerti lungo la strada cercando di capire dov' lui, che degli altri non si fidano.
Mi spiega che i clienti di programmi per il computer sono difficili, fanno domande tecniche e tornano spesso a cambiare il disco dicendo che non funziona. Lui sa benissimo che invece lo hanno masterizzato, ma alla lunga ci guadagna lo stesso e allora va bene. Bashir, in una giornata in cui vende una cinquantina tra cd e dvd, incassa tra i due e i trecento euro: venticinque sono per lui. E' un fortunato, dice, la maggior parte prende un posto per dormire, un panino e cinque euro. La sua stanza  dietro piazza Carlo Terzo, sono in otto. Ma siamo amici, ci divertiamo, mi fa. E gi un'altra risata alla Murphy.
Non hanno fornitori, quelli come Bashir. Loro sono il negozio. Una bottega mobile, a cielo aperto con tanto di commesso. Non pagano il pizzo, lo producono direttamente. Mi racconta che una volta lo hanno arrestato per davvero: normalmente si prendono tutti i dischi e devono pure ringraziare, per aver evitato la schedatura e la galera. Poi per risarcire devono lavorare gratis per mesi. Scappare non serve, tanto ti trovano, dice Bashir. Per sai, mi fa ridendo, la galera non  nemmeno male se  per qualche giorno, basta che ti fai i fatti tuoi.
Guardo la merce, ordinata in blocchi nella valigetta di legno, per argomento come in una videoteca. Penso che sulle rive della Senna le stesse valigette ospitano colori e tele, e sogni di artisti. Scuoto un po' la testa, immaginando Bill Gates e Bashir ai lati opposti di una catena di produzione e vendita: mi riesce difficile pensare a Bashir come ladro e a Gates come derubato.
All'improvviso Bashir alza il mento, sembra una gazzella che annusa l'aria; chiude la valigetta e parte a razzo verso il vicolo, dietro di lui una serie di babbo natale neri con enormi sacchi bianchi pieni di Louis Vuitton. Si gira a guardarmi e ride, stringendosi nelle spalle, come Eddie Murphy. Una signora grassa con due sacchetti di plastica balza di lato, e lo guarda male.
S, signora. Danno fastidio. Molto, molto fastidio.

LA FINE DI UN AMORE.
Ricordo l'attimo preciso in cui i nostri occhi si incrociarono per la prima volta. Sapete, quando si crea quella scossa elettrica che si percepisce nell'aria? Quando pensi che tutti si siano accorti di quell'accordo perfetto? Perfetto: come perfetti sono stati i due anni che  durata la nostra storia.
La sua dolcezza, la voglia di giocare: il mio starle vicino, capire i suoi umori dallo sguardo. E i bellissimi silenzi, le languide, lunghe carezze. I pomeriggi all'aria aperta, le corse in riva al mare, i viaggi in macchina: il suono dolce della sua voce. Sempre insieme, da soli. Non che pensassi che sarebbe durata per sempre, conosco l'incostanza dei sentimenti e dei cuori delle donne. Ma sono stati due anni fantastici. Eravamo una cosa sola. A me sarebbero piaciuti dei bambini: ma se non ce n'erano, era perch non dovevano esserci, e non aveva importanza. Contavamo solo noi due, il nostro amore, la nostra perfetta intesa.

Cominciai a capire che qualcosa non andava la prima volta che lo incontrammo. Lo sguardo che loro due si scambiarono, pensando che non me ne accorgessi; ma un cuore innamorato vede anche e soprattutto quello che normalmente non si vede. Nel comportamento di lei cominciai a trovare una nuova stanchezza, il venir meno della voglia di giocare che aveva caratterizzato il nostro rapporto. Perch c'era lui, adesso: quell'aria sorniona, l'apparente disinteresse che si nascondeva dietro i movimenti lenti, l'atteggiamento distaccato. E anche lei prendeva poco a poco lo stesso spirito, lo stesso modo di fare. E tu puoi essere solo l'uno o l'altro: allegro ed espansivo o freddo e distaccato.
Cercavo di attirare la sua attenzione, di combattere quel languore, quello sguardo perduto nell'infinito. Divenni irrequieto, iperattivo; a posteriori capisco che non sia stata forse la tattica giusta, ma come ho detto ognuno ha la sua natura. Sono un estroverso, non riesco a tenermi le cose dentro, come fa lui. Quanto ho odiato quegli occhi verdi dietro le palpebre semichiuse, quello starsene zitto, quell'osservare silenzioso. E' bello, d'accordo: ma cos' la bellezza senza la simpatia, l'espansivit, l'allegria? E poi i ricordi, le esperienze fatte insieme, non era possibile che non contassero pi nulla. E invece. Dovevo capirlo, dovevo saperlo.
Ecco perch provo dolore, ma non sorpresa. Lei mi ha lasciato. Senza avere il coraggio di guardarmi in viso, il viaggio in macchina senza parlarmi. L; ultimo.
E ora mi ritrovo solo, a guardare la sua auto che si allontana.
Ma che posso farci? Posso solo tenermi il ricordo struggente che la nostra storia mi ha lasciato. Ognuno di noi conservava la libert, era questo l'accordo. Ognuno poteva scegliere, e lei ha scelto.
Ha scelto il gatto.
Annuso una siepe dell'autogrill, alzo una zampa e marco il mio nuovo territorio.

UN'ALTRA FINE D'ANNO.
Io questa giornata la odio.
Me ne scordo ogni volta, non ci faccio caso; e lei arriva tra capo e collo, sorprendendomi come se fosse imprevedibile, come un temporale. D'altra parte, come prevederla? E' solo una convenzione: una data nel bel mezzo dell'inverno, senza radici astronomiche o naturali, a dieci giorni dal solstizio, con una luna mai uguale; frutto di decine di cambiamenti del calendario, diversa nel mondo secondo le religioni praticate, compressa tra il Natale e l'Epifania. E poi, diciamoci la verit: per tutti l'anno incomincia dopo l'estate, con l'apertura delle scuole e l'inizio del campionato di calcio, no?
Invece, eccovi tutti l, a correre frenetici per negozi alla ricerca dell'ultima bottiglia di bollicine, dell'ultimo pandoro, dell'ultimo gamberetto; o al telefono con l'elenco in mano, a supplicare ristoratori intransigenti per ottenere quattro posti a centocinquanta euro l'uno per mangiare una cena normale allietata, si fa per dire, dai gorgheggi di un neomelodico. E a scambiare auguri commossi negli uffici, come se non vi doveste rivedere luned, ch stavolta l'esecrabile festivit capita pure squallidamente in un week end, nemmeno un'ora di lavoro in meno.
E sarebbe ancora niente. Per carit, ognuno  libero di buttare i propri soldi e il proprio tempo come vuole: come si dice, la libert  la prima cosa. Ma poi, purtroppo, c' anche la tradizione.
Maledetta tradizione.
Lungi da me non apprezzare la tradizione, sia chiaro; soprattutto quella alimentare, ci sono dei bocconcini meravigliosi che riportano il sapore di un passato fatto di mani affettuose che lavoravano con amore in cucina per ore, in cambio del sorriso soddisfatto dei familiari. Purtroppo per la tradizione di questa citt impone un'usanza, per questa maledetta e cosiddetta festa, che  terribile: la convinzione assurda che l'anno nuovo debba essere accolto come l'invasione di un esercito nemico.
Le bombe cominciano subito dopo Natale. Arrivano violente e inaspettate anche in piena notte, e chi come me ha un udito finissimo salta in pieno sonno, il cuore in gola, rassegnato a una fine atroce. Da allora in poi i botti si intensificano, sempre pi frequenti, sempre pi violenti, come se la guerra si avvicinasse; e ogni volta  peggio. Ho sentito al telegiornale che i pi forti, oltre a distruggere completamente l'appartamento in cui dovessero scoppiare accidentalmente, possono addirittura causare la caduta dello stabile; ma come fa la gente a portarseli in casa? Oltretutto costano un sacco di soldi, e tutti si lamentano della crisi.
Perci lo odio, il maledetto capodanno. Una guerra con molte inutili ferite, un'allegria incivile fatta di bombe e spari, in tanti a iniziare l'anno in ospedale con segni sul corpo che gli ricorderanno per sempre la loro stupidit.
Vorrei dirgli che ci sono tradizioni che  meglio abbandonare, e che si pu essere allegri e felici senza farsi del male. Vorrei, ma non posso: nessuno mi ascolterebbe. E allora devo rassegnarmi ancora una volta a terrorizzarmi a morte, sperando che il cuore non mi si spacchi in petto per la paura. Piangendo disperato.
E in mezzo a tutto quel rumore, nessuno sentir le mie urla. In fondo, sono solo il cane di casa.

LE BEFFE DELLA CENA, OVVERO: PICCOLO MANUALE DI SOPRAVVIVENZA
NELL'INTRATTENIMENTO IN PIEDI.

Un fantasma si aggira per l'Europa. Anche per le Americhe, ad essere sinceri. Si aggira famelico e subdolo, e si annida indifferentemente nell'ombra di sordidi bar di periferia e nel foyer di raffinati teatri del centro:  l'invito. Qualcosa di orrendo e ingannevole, che affonda le radici nell'istinto distruttivo della belva e che si veste di un falso aspetto di benevolenza sociale.
I nostri progenitori, all'alba dei tempi, avevano intuito che la migliore vita sociale possibile fosse l'assenza di una vita sociale. Singole famiglie, al massimo piccole trib che erano solo quello che in questi anni bui si chiamano "famiglie allargate", vivevano a centinaia di chilometri da altri nuclei e ognuno aveva il suo territorio. A nessuno veniva in mente un pranzo di Natale con lista di invitati. Tempi felici, nei quali se qualcuno si accostava per cena veniva preso a sassate o frecciate, e l'olio veniva usato anzich per friggere montagne di suppl per essere riversato da bastioni assediati.

Ma alla fine, dopo milioni di anni passati ad elaborare una modalit di esistenza soddisfacente, ci siamo caduti. Usciti dalle caverne, discesi dalle palafitte, provate repubbliche, monarchie, oligarchie, comuni, signorie, siamo arrivati alla completa rovina: la citt moderna.
Non che sia stato facile, non ci veniva naturale. Inspiegabilmente, preferivamo la campagna con la sua aria insopportabilmente pura e puzzolente di letame. O i litorali, con tutto quell'azzurro non abbinabile e la sabbia che entra nelle scarpe. O la montagna, fredda e inospitale, piena di discese pronte a trasformarsi a tradimento in salite.

Ci siamo aggregati in queste splendide realt urbane, piene di musica e colori e di altrui gas organici. Certo, stiamo un po' strettini: una mia amica in dispnea  svenuta in funicolare all'Augusteo alle sette e trenta ed  caduta al suolo a piazza Fuga, venti minuti alle otto, quando la gente  uscita dal vagone. Ma siccome  subentrato il nuovo turno,  riuscita ad alzarsi in piedi alle otto e trentacinque, fermata Palizzi, quando gli ultimi ritardatari sono arrivati in ufficio bestemmiando. Se non fosse riuscita a guadagnare le scale a quattro zampe sarebbe incorsa nel plotone di casalinghe del corso Vittorio Emanuele, alla ricerca dei saldi di via Roma, e probabilmente sarebbe la star di "Chi l'ha visto?" di questa settimana.
Quindi, capirete bene che  meglio attrezzarsi. Per sopravvivere all'aggregazione e al contatto forzato, mantenendo se non la sanit mentale almeno un costante e gestibile grado di follia.

Il presente manualetto non vi servir ad evitare l'inevitabile; ma potrete in compenso dire che eravate pronti al peggio, e riuscirete a non dare soddisfazione a chi cercher di scorgere sul vostro viso i segni della disperazione e della sorpresa.

Non potrete fare a meno di soffrire, insomma. Ma con un minimo di dignit.


1. L'invito.

Vi arriver tra capo e collo quando meno ve lo aspettate. E non pu essere che cos, altrimenti non vi fregherebbe.
Ad esempio, mentre state facendo colazione al bar di primo mattino: caff, cornetto e un mezzo bicchiere di minerale in santa pace, cercando di svegliarvi un po' alla volta. E' allora, proprio allora, che incontrerete uno che non vedete da una vita, o anche lo stesso collega che incrociate venti volte al giorno, e con cui a stento vi salutate.
Gi l'incontro  di per s una rottura di scatole:  il vostro momento, state arrivando alla crema e amarena al centro del cornetto, la prima e forse l'unica dolcezza della vostra mattinata. Dovete arrivarci subito, altrimenti il caff si raffredder irreparabilmente nella tazzina e far schifo. E' in quel momento che il rompiballe vi attaccher il proverbiale bottone, cogliendovi a bocca piena e a testa vuota, con gli occhi abboffati di sonno e vagamente cisposi ai lati, i capelli ancora a forma di cuscino.
Dopo un breve scambio di battute, nell'ambito del quale il vostro contributo sar costituito da bofonchiamenti e da fonemi senza valore semantico, il soggetto, invece maledettamente sveglio e coi bioritmi al massimo di primo mattino, pronuncer le fatidiche parole: "Senti, noi sabato sera ci vediamo nel dato posto, ci mangiamo una cosa cos, all'impiedi. Ci devi venire assolutamente, stiamo un poco insieme; e poi, ti assicuro, ti divertirai, non venire meno. Allora? Me lo devi dire adesso, cos ti conservo il posto. Allora? Allora?".
A quel punto, la vostra situazione  la seguente:

A) il sordo mal di testa, che aveva accompagnato la prima mezzora da svegli e che era stato fugato dalla doccia, ha ripreso alla grande a fracassarvi le meningi;
B) il cornetto pende inerte dalle vostre dita, gocciolando crema gialla (notoriamente indelebile) e frammenti di ciliegia amarena sulla falda del soprabito, per la gioia della lavanderia;
C) il caff ha una temperatura compresa tra i dieci e i quattordici gradi, il che lo colloca allo stato di fanghiglia con una piccola palude iperglicemica sul fondo;
D) siete perfettamente consapevoli che il tizio non se ne andr mai dal vostro metro quadro, quantunque traspaia un chiaro intento omicida dalla vostra espressione.

Stando cos le cose, vi sembrer un prezzo fin troppo conveniente un "s, certamente, sar un vero piacere", per liberarsi del rompiscatole; tanto pi perch sulla "p" di "piacere" l'ormai stantio boccone di cornetto, una pappetta giallastra schifosa in forma di bolo, partir dalla vostra bocca per colare, malinconica e inconcludente, sulla manica del maledetto, attaccata alla mano che  a sua volta attaccata alla vostra spalla. Una magra consolazione, ma pur sempre una consolazione.

Questa  solo una delle infinite fattispecie attraverso le quali potete essere coinvolti in quella moderna, avanzata forma di tortura che  una cena all'impiedi. Un evento collocabile tra le piacevolezze collettive della moderna civilt quali, ad esempio, le camere a gas (delle quali non ha per il vantaggio della brevitas) e le foibe, con le quali condivide l'affollamento ma non l'aria aperta. Un dramma che i normodotati vivono
come tale e che schiere di subnormali o superuomini attraversano come pesci nel mare, assolutamente calati nel ruolo e perfettamente a proprio agio.
Una tragedia che affonda le radici nel momento in cui viene incautamente accettato l'invito, e propaga i propri effetti nell'indefinibile futuro: ho conosciuto un uomo che continuava a maledire l'evento venticinque anni dopo, in sede di conflittuale divorzio con tale "Vipera", conosciuta nella terribile occasione. Un evento che viene normalmente preso alla leggera, ma che pu diventare pi spaventoso di una reclusione di media durata o, peggio, di una retrospettiva di Ingmar Bergman.

N l'invito  evitabile: arriver subdolo e inatteso nei momenti pi impensati, e sar sempre vincente perch vi coglier alla sprovvista. Sarete invitati in autobus e al cinema, al telefono e in ascensore; se maschietti, sarete colti con il pisello tra le mani, mentre fate pip nell'orinatoio dell'ufficio (e invariabilmente le ultime tre gocce rimarranno discretamente nello slip), se femminucce mentre mettete l'ultimo split di rossetto, e vi si far uno sbaffo laterale da clown di second'ordine, con il latte detergente pi vicino a tre chilometri. Denominatore comune, l'impossibilit di rifiutare tout court, o di inventare una balla.
Solo pochi intrepidi pensatori, dotati di non comune velocit e prontezza di spirito, riescono a confezionare un valido motivo in quei due - tre secondi che l'imboscata gli concede: un nonno morente, un'incipiente separazione, una recentemente diagnosticata leucemia ("ah, non sapevi?... BE', sai, ci si fa coraggio..."). Certo, non si pu dire, davanti ad uno sguardo di devozione canina che in alcuni casi arriva allo sforzo imitativo della lingua penzoloni, che si vuole guardare la partita in tiv o che si  deciso di andare al cinema; non tutti hanno il cuore di ferire un'ingenua, tenera aspirazione ad annoverarvi fra gli accoliti di questa selezionata quantit di psicodegenti.
E ci si trova dentro. Senza rimedio.


2. Ci vediamo l.

Comincia cos l'intenso, breve periodo che separa il momento dell'invito da quello dell'olocausto. In questo lasso, la mente cercher appigli per sfuggire dall'annunciata immensa lacerazione testicolare: ci si sar resi infatti conto immediatamente di essere entrati in una nassa sociale, senza via di uscita. Si immagineranno eventi catastrofici, cataclismi familiari, epidemie: ogni scusa sembrer eccessiva o insufficiente, comunque inadeguata.
Il pensiero dell'obbligazione contratta, come un brufolo anzitempo premuto, torner a galla ad intervalli regolari, un fastidioso, persistente rumore di
fondo; vi impedir di godervi appieno la vostra solita, squallida vita con la sua insistente istanza: come fare a scansare il fosso?

Se invitati assieme al proprio partner stabile o occasionale, si cercher biecamente di scaricare la colpa su di lui/lei, nel tentativo di conservare immacolata la propria immagine. Ci si finger angariati, perseguitati o ottusamente contrariati: "quello/a" (da pronunciare senza la barra, naturalmente) sar dipinto/a di volta in volta come un individuo che ha l'unico scopo nella vita di impedire ogni vostra piccola gioia o piacere, quale certamente  intervenire alla cena cui si  stati generosamente invitati; o come un essere asociale, in preda a chiss quale turba neurovegetativa che comporta, in presenza di altri esseri umani, orrendi eczemi o tuonanti flatulenze ("non me ne parlare, i medici ormai ci evitano, forse in America si pu risolvere").
La iena Invitante non demorder: con tono pressante e sopracciglia aggrottate si dimostrer tetragona e impermeabile ad ogni richiesta di piet, e riscuoter il credito assunto nel momento dell'improvvida accettazione. Anzi, confuter ogni tesi, dimostrandosi aggiornata su qualsiasi studio medico di recente pubblicazione sulla patologia proposta; esprimendosi con accurata terminologia scientifica, all'occorrenza redigendo grafici a colori, smanteller ogni scusa enunciando che solo intervenendo in questi tetri festini si potr marciare verso un luminoso futuro di salute e benessere. Inutile provarci: nella migliore delle ipotesi ci si dovr fingere visibilmente sollevati, celando in fondo al cuore la pi nera mestizia.
In casi estremi, si otterr un freddo sguardo ferito e la frase: "se non vuoi venire, non hai che da dirlo", o equivalente. Ma certo che non voglio venire, idiota! Non lo capisci? "No, no, figurati: mi libero e ci vengo, certo che s". Perch l'Invitante, anche se nella massima parte dei casi  qualcuno che non ha peso nei rapporti sociali fin l coltivati e anzi proprio per questo, da quel momento in poi diventerebbe assolutamente ostile, passando dalla schiera esigua dei quasi - possibili - amici ai nemici - certi; e in questa valle di lacrime, fratelli, di tutto c' bisogno tranne che di nuovi nemici. Inoltre, magicamente lo si incontrer in qualsiasi occasione, occhi corrucciati e mascella guizzante: in un triste, memorabile caso la iena offesa  stata promossa capufficio della vittima, e la dannazione  stata eterna e completa.
Per cui, tanto vale rassegnarsi subito, e sacramentando tra s chiedere sorridendo l'indirizzo.


3. Ma come ci si arriva?

Le cene all'impiedi non si tengono mai in posti facilmente raggiungibili; questo  un assioma, una verit rivelata incontrovertibile. Il malcapitato invitato lo intuisce subito, quando gli viene comunicato l'indirizzo, condito con frasi come "guarda, non puoi sbagliare" oppure "allora,  facilissimo". Proposizioni introduttive che, successivamente, assumeranno il valore di un'amara ironia, quando vi aggirerete in piena notte con un foglietto in mano in zone angiportuali, circondati da ghignanti facce patibolari.
L'indirizzo non  mai semplice. Scordatevi "Piazza Tal dei Tali, 2" o "Via Tizio, 15"; molto pi probabilmente, vi vedrete scarabocchiare con un'illeggibile cacografia un fazzolettino del bar o sull'angolo del giornale: "terza traversa Mariano Rimmola, 12 Effe, sul retro del deposito di legname" oppure "quarto vico Giuseppe Limatola, non parte bassa n parte alta, dopo il sesto pilone". Inutile dire che la descrizione del tragitto compete a personaggi gravati sin dall'infanzia dalla sindrome del mancato riconoscimento della destra e della sinistra, o completamente privi della memoria e del senso dell'orientamento. E sar comunque la parte migliore della serata, questa strana caccia al tesoro senza tesoro che vi porter dall'altro capo della citt, imbottigliati in un ingorgo a croce uncinata tra simpatici yodel di bestemmie di tassisti; o, in alternativa, fermi in lacrime sotto un cavalcavia attorno ad un allegro fal, circondato da lustrinate fanciulle di cittadinanza brasiliana e di sesso anagrafico maschile che dibattono sulla direzione da indicarvi; o, ancora, segnalati via radio col numero del documento e la faccia attonita lampeggiata di blu, perch catturati nell'atto di forzare la porta di un retro di gioielleria ("avevo scritto 13/B, non 13/D!").
Comunque, immancabilmente l'antro infernale non avr parcheggio o, se lo avr, sar stato integralmente occupato da altre vittime arrivate in anticipo. E il luogo di sosta, in divieto assoluto, verr rinvenuto non prima del minuto secondo antecedente la decisione di tornarsene a casa. E' una cosa che ricorderete, quando ore dopo vi ritroverete a contemplare il foglietto verde della multa che vi sorride dal parabrezza, o i cocci del vostro faro anteriore destro che brillano al suolo. O entrambi. Naturalmente.
Telecomandati all'arrivo, tramite un'intermittente voce sincopata in un rap incomprensibile sia per il casino implicito nell'intrattenimento che per il fatto che i cellulari quando serve non prendono mai, vi ritroverete al citofono. La consultazione di alcuni citofoni prevede un'istruzione tecnica superiore, con digitazioni attraverso grate arrugginite nei cui anfratti la mano pu rimanere senza rimedio incastrata; non di rado si rinverranno falangette rinsecchite, che incauti visitatori si saranno staccati a morsi per liberarsi, come faine con le tagliole nei pollai. Tasti contrassegnati da simboli incomprensibili, o che erano stati comprensibili prima dell'erosione atmosferica, andranno premuti in misteriose sequenze che variano di ora in ora, come riprogrammati da un elettricista schizofrenico; nominativi comunque dimenticati o confusi dovranno essere tradotti in codici alfanumerici, secondo criteri ignoti. Avrete un barlume di speranza di averla scampata, di essere costretti ad andare sollevati a casa a godervi pantofole e pigiama di flanella, anche perch nel frattempo avr cominciato a piovere: sarete per raccolti dall'Invitante che, sollecito in maniera improvvida e non richiesta, sar sceso a scrutare l'orizzonte in attesa del vostro arrivo, novella Madama Butterfly. Gaiamente cicalando, vi condurr bagnati e interdetti verso una ripida scalinata, che intraprender due gradini alla volta come un cerbiatto a primavera; che piano?, chiederete. Quinto, sar la simpatica risposta. E non c' ascensore. Certo, penserete. Come no.


4. Accomodati, prego.

Non  possibile andare in un posto, dove si conosce una sola persona, e sentirsi abbigliati a dovere. Senza eccezioni ci si sentir fuori posto, ridicoli e quindi evidenti come si fosse fosforescenti, anche se in realt si  vestiti come tutti gli altri. Certo, ci sono spettacolari eventi derivanti da errori di comunicazione, che portano malcapitati in smoking a interloquire con primati dalle ondeggianti chiome lunghe a collo alto che cercano appoggio in condizioni di equilibrio precariamente etilico, o simpatici avventizi in pigiama, convinti di recarsi ad un omonimo party, al cospetto di un ammutolito direttivo del locale Rotary; ma il grosso delle volte ci si aggira in anonimi jeans e blazer blu o maglioncini di filo con mezza zip, perfettamente omologhi ad ogni altro appartenente alla fauna autoctona. In questo frequente caso, ci si potr aggregare a quei cinque o sei nella stessa condizione, e guardarsi in faccia come ad una riunione degli alcolisti anonimi.
Il maledetto Invitante, una volta assolta la propria funzione, scomparir nella nebbia senza lasciare traccia. Potr ricomparire, e lo far senz'altro, solo in caso di tentativo di fuga; altrimenti, essendo l'unica persona che conoscete e con la quale potete parlare, non la vedrete pi. Vi avr per prima presentato alla padrona o al padrone di casa, che peraltro sarebbe stato facilmente riconoscibile dall'espressione esaltata e svagata; il suo occhio ballerino, spesso svincolato dall'altro nelle rotazioni con un brillante effetto camaleonte, sar infatti impegnato 1) a controllare che tutti siano felici e soddisfatti, 2) che i piatti di ognuno siano pieni, 3) che i bicchieri di ognuno siano pieni, 4) che nessuno imbratti di liquidi pi o meno organici i divani, 5) che nessuno si fotta niente. Una battaglia perduta in partenza, soprattutto con riferimento ai punti sub 4) e 5).
Vi aggirerete, lasciati a voi stessi, nella vana ricerca di una collocazione che vi consenta in alternativa un sonno tranquillo o una decente libert di pensiero, nel senso di essere liberi di pensare ai fatti vostri senza violente intromissioni. Impossibile. Il ritardo generato dalla caccia al tesoro avr fatto s che ogni strapuntino con parvenza di comodit sia stato occupato, con ottimizzazioni quali due - tre persone sedute sulle gambe di nerboruti addormentati: una sedimentazione quasi geologica, in alcuni casi non necessariamente basata su una confidenza personale tra i vari strati. Ho visto mariti cercare mogli addormentate sotto montagne di invitati, con un puntiglio degno di Schliemann che scava per trovare Troia (con la maiuscola, attenzione: absit injuria verbis).
E vi chiederete in pi di una circostanza cosa spinge tanta gente a ritrovarsi volontariamente in quel posto, apparentemente divertendosi, e a non tentare una sollevazione di massa e quindi una fuga. Invece, alla fine vi ritroverete in un angolino dietro una porta, rigorosamente la pi usata di tutto l'appartamento dopo quella del cesso, che vi verr sbattuta sul naso col ritmo di un metronomo regolato sul merengue; torner utile, nel caso, un piede pi lungo del naso o di qualsiasi altra sporgenza del vostro corpo, che far da ammortizzatore dello stipite. Ancora meglio, riuscire a coinvolgere il maledetto Invitante in un brano di conversazione ancorch breve, spalle alla porta: sar musica per le vostre orecchie, il delicato suono di gong della sua nuca sul palissandro.
Da questo intermittente punto di osservazione potrete in primo luogo considerare l'ambiente, prima di effettuare rilievi sulla qualit degli occupanti. Le cene all'impiedi si tengono sempre in posti inadeguati a contenerle. Le leggi sulla non comprimibilit dei corpi umani oltre certi limiti vengono sfidate, e stravinte con disarmante frequenza. Si pretende di parlare, ascoltare musica a tutto volume, mangiare, ballare, giocare, discutere animatamente e talvolta perfino di respirare in centinaia su una superficie di ottanta metri quadri con angolo cottura. Numerosi studiosi si sono aspramente confrontati sulla sfida che la cena all'impiedi costituisce alla fisica, alla chimica, alla medicina e alla sociologia, senza tuttavia venirne a capo.
Un'accreditata scuola di pensiero, che ha basato le proprie elaborazioni teoriche su annose ricerche presso le trib Bantu, ritiene che la digestione in itinere di sostanze contenute nei vol-au-vent alzi le difese immunitarie, consentendo di sopportare temperature e pressioni altrimenti letali. Come che sia, vedrete riti orgiastici consumarsi impunemente al centro di stanze che sarebbero ritenute insufficienti a fare da rimessa ad uno scooter di media cilindrata. E vedrete una coppia di bassa statura ballare un intero "lento" ("Piccolo Grande Amore", vedi infra quando si parler di musica) sulla tomaia destra di un incolpevole ma ospitale probabile giocatore di basket, immobilizzato dalla folla come una giraffa rassegnata nella palude in attesa del branco di caimani.

Trattazione a parte merita il bagno. Poich la qualit del cibo e la quantit dei beveraggi vi porteranno a farne necessario uso, che almeno siate preparati a ci che vi attende. Alla prima manifestazione di uno stimolo vescicale vi appropinquerete al padrone di casa, per estorcergli l'informazione sulla collocazione della stanza da bagno.
Non sar facile; preso/a com' dall'attivit di sorveglianza di cui sopra, non potr dedicarvi molta attenzione; esacerbato dagli eventi, vi guarder con occhio vacuo, incapace di cogliere il significato dei vostri eufemismi (tualt, toilet, bagno, "dovrei lavarmi le mani e cos via): quando, al colmo dell'esasperazione, urlerete "il maledetto cesso" nell'unica pausa della musica di tutta la serata, dovrete probabilmente accontentarvi di un secco cenno col capo che scambierete per un tic. Ma il crescente stato di necessit incrementer il vostro istinto esplorativo, cos da lanciarvi in una missione di ricerca nella zona off-limits, quella che la famiglia ospitante sperava di tener fuori dalla catastrofe.
Scoprirete cos un sottobosco di personaggi che hanno la singolare pretesa di venire in un posto tanto simile al terzo girone dell'Inferno di Dante per
appartarsi: una fauna degna di studi specifici, sui quali potrebbero essere redatti testi ponderosi. Il principale intento , manco a dirlo, sessuale: ma non  forse questo il motore mobile che agita il centoquindici per
cento delle relazioni sociali? Per cui troverete ultracinquantenni col mal di schiena intenti a ricordare le modalit operative di una sveltina, in piedi nello sgabuzzino delle scope, con un'involontaria assonanza di azione e oggetto; oppure, quindicenni che cercano di ottimizzare a fini copulatori il limitato tempo a disposizione e la fortunata circostanza di superfici soffici e orizzontali a disposizione; anche sei coppie in un solo letto matrimoniale, interagendo per rigorosamente di due in due: le nuove generazioni hanno poche disponibilit ma rigidi principi morali.
Anche nell'agognata toilette saranno immancabilmente in corso attivit similari: lo intuirete dal suono ritmico delle percussioni ovattate, se non anche da soffocate, inequivocabili emissioni vocali. La vostra discrezione vi imporr, una volta tentata la maniglia, di ritirarvi dalla ritirata in buon ordine, almeno contenti di non aver trovato una fila in attesa; quest'ultimo evento  tuttavia illusorio, e lo capirete dagli incontri che farete lungo il corridoio, tante persone in differenti stati di cianosi, alcuni dallo sguardo disperato. Qualcuno, incrociandovi, sibiler: "ancora scopano, quei maledetti?". Riuscirete nell'intento al nono - decimo tentativo, e sar il momento pi bello e indimenticabile della serata. Altrimenti vi vedrete costretti a provvedere diversamente: e potrete dire con maligna soddisfazione che, in quel posto, nell'andar via avrete lasciato qualcosa di voi.

5: Un po' di musica e quattro salti.

Tutti questi eventi saranno accompagnati da un frastuono infernale: una cacofonia prodotta dal concorso delle voci di tutti che parlano contemporaneamente, da un impianto stereo traslato apposta per l'occasione da una discoteca, da tre singoli nuclei con chitarra e bongos (musica afrocubana), chitarra e tammorra (musica popolare napoletana), chitarra e schiaffoni (musica per bambini). Ognuno dei gruppi prevede da un minimo di tre ad un massimo di venticinque cantanti, rigorosamente stonati sia in proprio che per conto terzi.
Una volta ho assistito con i miei occhi al tentativo di lettura di poesie di Prevrt e di Neruda, con voce sottile e flautata, di una valida attrice dilettante, con il sottofondo teorico di un sitar, sorta di chitarra indiana. Poich per in contemporanea era in corso una session di Cantat avente a tema i Cugini di Campagna, opera omnia, la sovrapposizione di eventi caus una spettacolare rissa di massa sedata solo da "'O Guarracino", sparato al massimo volume consentito dall'amplificatore, nell'esecuzione atroce del figlio del padrone di casa. L'effetto convettivo degli istinti omicidi sul soggetto fu immediato e conclusivo.
C' di buono che l'organismo umano pietosamente si ottunde, dopo un po'; per cui ci si abitua a leggere il labiale, come in una comunit di monaci induisti, e si accede con serena rassegnazione alla nuova condizione di audiolesi nella quale si rimarr per i successivi quattro giorni. Casomai servisse ai fini INAIL, si chiama invalidit transitoria.
Immancabilmente, qualunque sia il gruppo presente o la natura della festa, alcuni intrepidi decideranno di ballare. Verranno a galla: un istinto agonistico, un senso di adattamento degni di migliori obiettivi,
i ballerini improvvidi si schiereranno in file di sei, procedendo avanti, indietro e sui lati con un'omogeneit affine a quella della falange macedone; come Unni travolgeranno tutto ci che si frappone tra loro e
la realizzazione degli immaginari disegni che solo loro vedono. Se vi accorgete che vengono verso di voi, pallidi, sudatissimi e con espressioni truci e concentrate, non vergognatevi e scappate verso il pi vicino balcone. L'alternativa  di assoldare uno o due piccole pesti per spargere sapientemente al suolo pizzette con mozzarella, notoriamente l'alimento pi scivoloso che esiste in natura: qualche maledetta caviglia potrebbe cedere, se siete fortunati, e ostacolare l'avanzata del plotone d'esecuzione.
Le persone meno sospettabili si sono marchiati dell'orribile delitto di un corso di danza moderna: professori universitari con troppo tempo libero, nonne con i nipoti ormai grandi, commercialisti in un villaggio turistico. Tutti con in comune l'errata convinzione di essere capaci di distinguere una rumba da un valzer.

Nell'esercizio dell'esecranda funzione non si fermeranno davanti a nulla, pur di far finalmente vedere a tutti quanto siano bravi. Produrranno un cimitero di stoviglie e di sgabelli, oltre a un rumore di mandria di bisonti in fuga irripetibile, ad esclusivo uso della famiglia sfortunata che abita al piano inferiore: le buie stanze dei sotterranei delle cliniche psichiatriche sono pieni di vicini di casa di singles con la mania della cena nel proprio monolocale.
E' ormai universalmente riconosciuto che la violenza condominiale, cos spesso al dubbio onore della cronaca, sia clamorosamente incentivata da questi eventi: e non pochi insigni giuristi sono promotori dell'elevazione della festa domestica al rango di attenuante.
A meno che non abbiano fatto un corso di danza, beninteso.


6. Ma che si mangia?

Le cene hanno sempre un tema, almeno in via programmatica. Le tematiche sono estremamente varie, quanto incidentali, e limitano i propri effetti ad un singolo breve momento, normalmente a fine o inizio serata: un taglio di torta, un breve comizio, una lite furiosa (nel caso degli anniversari di matrimonio). Il tema  un'occasione, semplicemente un'occasione: se
ne pu prescindere e infatti se ne prescinde, frequentemente pi della met dei presenti non ne  nemmeno a conoscenza. Influisce per su un elemento fondamentale: il cibo.
La superficialit con la quale si aderisce a queste iniziative pu indurre problematiche digestive irreversibili: attenzione alle cene a tema etnico, in giro per il mondo si mangiano cose assurde. Ho conosciuto persone che si sono nutriti a bruchi per un'intera serata credendo fossero Cipsters, e altri che passano ancora notti insonni al pensiero di aver inconsapevolmente ingurgitato organi sessuali di piccoli marsupiali australiani.
Il grosso delle volte, per, alle cene all'impiedi troverete le solite cose, purch rispondano ad una comune, unica caratteristica: che sia impossibile mangiarle all'impiedi.
Sembra perverso, ma  cos. Pu darsi che Madre Natura, nella Sua sconfinata saggezza, abbia gi attivato un processo evolutivo per cui di qui a mille anni le circostanze saranno meglio gestibili; per la qual cosa i nostri pronipoti, invitati a cena, avranno tre mani (una per tagliare, una per la forchetta e una per mantenere il piatto), o, meglio ancora, l'odore della frittura provocher a mo' di erezione la fuoriuscita di un tavolinetto dallo sterno. O, ancora, le teorie del dottor Darwin si realizzeranno nel cervello dei festeggiati, azzerando l'istinto torturatorio e facendo servire monobocconi di misura agibile per bocche normali. O, infine, la tecnologia svilupper motoutensili in grado di tagliare, forchettare, scucchiaiare e anche premasticare perfino la temutissima fetta di bresaola.
Nelle more, bisogna adattarsi all'attuale situazione e alle presenti, limitate risorse: abbiamo due mani e due ginocchia, quest'ultime spesso nodose e bitorzolute e quindi poco atte a fornire supporto. Oltretutto, le gambe hanno la seccante esigenza di dover essere piantate al suolo per assicurare sostegno al resto del corpo. Perci per mangiare qualcosa vi dovete procurare un supporto, per poggiare il piatto o il sedere (e il piatto sulle gambe). In questo, si  sfavoriti dai piatti di carta e, ancora peggio, dalla posateria in plastica.
Si tratta di un raffinato strumento di tortura: i piatti, che all'atto dell'acquisto, impilati in numero di seicento, sembrano poter resistere ad un karateka con cintura nera, si trasformano all'uso in flebili e instabili pellicole. Riempiti con quantitativi industriali di quello che viene offerto, si piegheranno in direzione dei vostri pantaloni o della tappezzeria bianca del divano, come guidati da una bussola infallibile: una mano ad ovest, e spargeranno vivande ad est con generosa abbondanza; due mani ai lati, e si trasformeranno in una condotta di liquidi commestibili, come una moderna versione della cornucopia del mito. In tutti i casi e contro le leggi della fisica, espelleranno molto pi cibo di quanto se ne sia immesso. Le forchette di plastica, pi piccole di tre - quattro misure di quanto sarebbe necessario, si sdenteranno con la velocit di un ultracentenario della Barbagia, costringendovi a mangiare con due posate come un giapponese.
I coltelli sono puramente figurativi e comunque non avete la mano per impugnarli, quindi rimangono nel vassoietto sul tavolo centrale a raccogliere il livore dei presenti. I cucchiai non sono concavi e la loro misura non consente di mangiare: hanno la non secondaria funzione di immettere il brodo o il sugo direttamente sulla cravatta, nel colletto o nella scollatura:. Ho personalmente assistito ad una somministrazione di piselli e pancetta in una quinta misura coppa F, e alla susseguente offerta di aiuto di sedici maschi presenti.
Quanto al cibo, e fatte salve le suddette cene a carattere etnico - tematico, una volta rispettata la caratteristica primaria dell'immangiabilit, esso  sufficientemente variegato. Offriamo un excursus orientativo.
I vol-au-vent, a base di pasta sfoglia e colesterolo, sarebbero di volta in volta imbottiti di cose attraenti o gustose; peccato che di esse troverete a volte solo l'aroma, e pi spesso nemmeno quella. In compenso, una volta addentati esploderanno, spargendo per un raggio di mezzo metro frammenti triangolari e taglientissimi come schegge di granata. Ungeranno abbondantemente le dita e le labbra, e rutterete al sapore di burro e acciughe per tre giorni almeno.

Gli affettati sono sintetici: si vendono appositamente, coloratissimi e appetitosi allo sguardo, assolutamente insapori al gusto. E come molti elaborati sintetici sono infrangibili e intagliabili: mani esperte nell'ikebana, l'arte giapponese di comporre i fiori, potrebbero usare fette di prosciutto crudo e cotto intarsiate di capocollo per guarnire soprammobili o tendaggi, rendendo gli stessi simpaticamente rustici. Ma mangiarli, no.

I primi piatti sono elaborati appositamente per risvegliare l'attenzione dei commensali: ci sar un crollo delle conversazioni e i volti diventeranno, da allegri e ridanciani, pensosi e riflessivi. Spaghetti chilometrici, e succhierete corrugati per un quarto d'ora, o bucatini a fionda, e invierete messaggi al ragout in un raggio di dieci metri; tubetti con piselli ad effetto granata, che verranno rinvenuti dopo anni negli interstizi della poltrona da voi occupata quando verr demolita, o penne all'arrabbiatissima, che renderanno le vostre labbra simili a quelle della Marini, ma al sapore di aglio e non di cocaina.

I secondi sono uno: roast beef. In diversi stadi della cottura, naturalmente: ma sempre e comunque roast beef. Dal cosiddetto chewing roast beef, che pu essere masticato per cinque ore rimanendo pressoch inalterato e si pu fare anche il palloncino, allo stripping roast beef, che si riduce in strisce sottili che si collocano, come guidate da una mente propria, direttamente negli spazi interdentali, dai quali potranno essere rimosse solo dai vigili del fuoco. Anche il roast beef  resistente alla fiamma ossidrica e al laser: ricordo un invitato statunitense, con una fetta pendente sul mento come una lingua di labrador, le mani impegnate dal piatto e nemmeno un posto dove appoggiarlo, gli occhi imploranti aiuto e una lacrima che gli rigava la guancia.

I dolci sono la massima parte delle volte costituiti dalla torta di compleanno, che fa schifo a tutti e avanza, frammentata e suddivisa in porzioni, in quantitativi maggiori dell'originaria: chi si prendesse la briga di ricostruirla con gli avanzi avrebbe la sorpresa di trovarsi di fronte ad un quantitativo almeno doppio di quello servito.
Le bibite offrono un contrasto a volte stridente. Al fianco della regolamentare Coca e della Fanta, che compare solo in queste occasioni, e che puntualmente viene gettata via intatta dopo tre settimane, vengono offerti vini spesso rari e costosi; il perch  semplice: sono stati regalati da qualcuno dei presenti e devono essere esibiti. Potete berli liberamente, ma sarete fulminati dallo sguardo avaro del padrone di casa, che accompagner ogni vostro sorso con silenziose bestemmie, tali da causare la vostra immediata corsa al bagno (vedi sopra). Meglio evitare. Occhio anche a contrassegnare il bicchiere in qualche modo, al fine di non ingollare mozziconi altrui o la dentiera del nonno, altrove ricoverato per liberare la stanza.

Nessuno, e dico nessuno, uscir indenne sotto l'aspetto delle macchie sugli abiti: un mio amico  sicuro che questa tipologia di evento  in realt organizzato da una misteriosa corporazione segreta che fa capo ai proprietari di tintorie e lavanderie, che investono cos i corposi ricarichi delle loro attivit. D'altronde, questo mio amico  un artista della macchia; l'ho visto coi miei occhi operare un vero virtuosismo, con un tortellino al rag indelebile che, sfuggito al cucchiaio piatto di cui sopra, fece il seguente creativo percorso: mento, cravatta Marinella (in tre punti), camicia Brooksfield all'altezza dell'ombelico, jeans Armani con rimbalzo tra entrambe le cosce e trionfale ingresso nella Hogan di sinistra in tela. Un danno quantificabile in uno stipendio e mezzo.
Un'altra volta ha infilato la forchetta in un pachino posto a guardia di un risotto: il vegetale  esploso in mille roventi schegge rosse, ferendo in modo non grave una maestra elementare in pensione e uno studente di ingegneria informatica; un fiscalista toscano, addormentato su un vicino divano,  stato salvato dalla lente destra dei Ray-Ban.


7. E chi c'era?

Ultimo e pi importante elemento da tenere nella giusta considerazione, al fine di garantirvi una minima sopravvivenza, gli invitati: la fauna nella quale vi troverete aggregati, senza sentirvi minimamente omologhi ad essa.
Come in ogni spaccato di umanit le tipologie sono le pi disparate: ma il contesto rende possibile identificare alcune macroclassi.
Il catatonico. E' arrivato presto e ha esaurito ogni argomento possibile con le due persone che ha trovato, e ora  andato in stand-by; lo vedrete seduto su una sedia appoggiata alla parete, sulla quale lascer una decorativa striscia scura nonostante le raccomandazioni supplichevoli del padrone di casa. Ha lo sguardo vitreo, la mascella pendula dalla quale potrebbe, nel caso del prolungarsi dello stato comatoso, scorrere un malinconico filo di bava. La testa  lievemente piegata in avanti, in mano mezzo bicchiere di una melma ormai indistinguibile dalla bibita che l'ha originata. Se riuscite a procurarvi una sedia nei suoi paraggi potrete godere dell'assenza della sua conversazione, ma correrete il rischio di diventare a vostra volta catatonici, e di assumere progressivamente il colore della parete retrostante. Viene rimosso all'alba dalla Polizia Mortuaria e accompagnato a casa.
Il vecchio amico. Non potrete sfuggire all'immancabile vecchia conoscenza. Non  assolutamente rilevante che lo abbiate effettivamente mai conosciuto; lui creder di conoscervi e tanto basta, con effetti devastanti sul resto della serata. Contrariamente all'Invitante, che come abbiamo detto sar stato inghiottito dalle tenebre, lui spunter da ogni angolo, con disarmante persistenza. Comincer con un innocente "ma ci conosciamo?", per poi diventare un tormentone: "no, guarda, sono sicuro: ma dove ti ho visto?". La sua sar una missione, consistente nel ricordare chi siete e cosa avete fatto per rimanere cos indelebili nella  sua elefantina memoria. Lo troverete dietro il bidet in bagno, appeso alla ringhiera fuori al balcone dove vi sarete rifugiati meditando il suicidio, nel secchio della spazzatura in cucina, nella televisione su dee-jay channel, che trasmette incessantemente canzoni assurde che nessuno ascolta. Dovunque troviate un posto per riposare le gambe anchilosate, lui sar seduto al vostro fianco. Quando andrete a cercare il soprabito, lui emerger dalla montagna di cappotti, impellicciato come un plantigrado in via d'estinzione. Vi conviene ucciderlo subito, tanto lo farete comunque: cos almeno non buttate la serata.
L'erotomane. Non importa che siate uomo o donna (cio, naturalmente a voi importa): in ogni caso troverete, appollaiato sullo schienale della vostra poltrona come un avvoltoio o appostato silenzioso nel buio come un vampiro, l'erotomane. Si tratta di una persona spesso (ma non sempre) di sesso diverso dal vostro, intervenuto all'intrattenimento nell'esclusivo intento di bagnare il biscottino o quello che . Si prescinda in modo assoluto dalla piacevolezza dell'individuo o dalla vostra volont o meno di accettare l'intera-locuzione: l'erotomane diventer sgradevole, se non lo  dall'impianto, entro due o tre secondi. Comincer a fare battute a triplo o quadruplo senso, praticamente incomprensibili se non per il tono allusivo e la voce roca. Avr lo sguardo lubrico, fisso su parti del vostro corpo che normalmente usate per altre funzioni o solo a fini decorativi, e non di rado si passer la lingua sulle labbra, provocando soffocati conati nei presenti. Dal momento della sua epifania vi converr astenervi dal trovarvi da soli in qualche anfratto, circostanza che comunque dato l'affollamento sar difficile: potrebbe decidere di passare alle vie di fatto, costringendovi ad un delicato ma fermo diniego da manifestare, alternativamente, con una ginocchiata nel basso ventre o una spallata sul torace. Devo tuttavia ammettere che queste percussioni possono costituire un piacevole diversivo al tran tran della serata.
L'imbucato. Sembra impossibile, lo so: ma succede assai spesso che esistano alcuni soggetti che scelgono di propria volont di far parte di questo inferno. Sono soggetti anonimi, spinti a valle come i lupi e con la stessa motivazione principale: la fame. Ognuno crede che siano amici di qualcun altro, sorridono con discrezione e si muovono perfettamente a proprio agio. A volte tradiscono un po' di nervosismo nei paraggi del padrone di casa, ma il pi delle volte la fanno franca alla grande, e risultano anche tra i pi socialmente sopportabili. Li distinguerete dai numerosi e consecutivi passaggi al tavolo del buffet, perch astutamente evitano riempimenti eccessivi dei piatti che li renderebbero troppo evidenti; le modalit nutritive sono quelle dei piccioni, beccate brevi e continue, e quelle digestive e masticatorie affini ai grandi ruminanti delle pianure argentine. Non di rado, noterete che masticano da entrambi i lati contemporaneamente, per guadagnare tempo: nella circostanza lanciano rapide occhiate furtive attorno e controllano la praticabilit della via di fuga verso la porta d'ingresso.
L'attaccabottoni. E' di gran lunga il pi feroce tra gli animali di questa giungla, il pi temibile e quello dal quale  in assoluto pi difficile sfuggire. Vive allo stato brado nei salotti, e ha la particolarit di mimetizzarsi perfettamente nell'ambiente, talvolta esibendo maglioni color libreria o giacche tinta schienale di poltrona: tende il proprio agguato in silenzio, apparentemente in tutto simile agli altri animali. Si manifesta non appena, in qualsiasi modo, apprende il vostro mestiere o la vostra professione: in quel preciso istante sveler la propria temibile natura e proceder ad un fracassamento gonadico continuativo che sar impossibile fronteggiare. So di un attaccabottoni che, procuratosi per vie traverse il numero telefonico di una vittima, ha continuato a perseguitarla al fine di ottenere un certificato con le modalit di Glenn Close con Michael Douglas in "Attrazione fatale", rischiando seriamente di fare la stessa fine (accoltellato nella vasca da bagno). Non avete speranza: l'attaccabottoni  collocabile in cima alla scala alimentare, avendo la persistenza del parassita, l'astuzia del felino e l'intuizione rompicoglioni della moglie: tutti animali feroci, ma nessuno in possesso della summa delle sue qualit. Potrete solo tentare di limitare i danni, asserendo di poter facilmente risolvere il problema e fornendo un numero di telefono sbagliato. Vi propongo per una soluzione alternativa, recentemente elaborata da alcuni sociologi, che pare stia avendo qualche positivo effetto, applicata sperimentalmente nelle cene sui loft di New York: diventare immediatamente un attaccabottoni a vostra volta, fingendo di aver bisogno di un piacere di scambio e cominciando a martellare. A volte funziona: solo, occhio a non aver a che fare con un impresario di pompe funebri, o con un urologo.


8. Epilogo.

Ad una certa ora della notte vi troverete a riveder le stelle, o pi facilmente di nuovo sotto la pioggia, in possesso di una nuova esperienza della quale avreste fatto volentieri a meno. Avrete anche un robusto mal di testa, la bocca impastata, gli occhi rossi e un bruciore di stomaco da esposizione. I vestiti avranno una o pi macchie assolutamente irreparabili, i capelli avranno preso, come certi ragazzacci, una brutta piega che solo due barbieri in turni di due ore potranno risolvere. Nelle tasche avrete sei - sette bigliettini con numeri di telefono e nominativi che il giorno dopo non vi diranno pi niente, e forse non avrete pi il portafogli. Le orecchie non recepiranno i suoni esterni, e restituiranno all'ottenebrato cervello un ritmico rimbombo, come un tuono lontano.
In breve, giurerete a voi stessi che non consentirete a nessuno, mai pi, di mettervi in queste condizioni. Oltretutto, il vostro telefono avr squillato inutilmente nella confusione e ve ne accorgerete solo all'aperto: non vi si creder mai, e verrete accusati di aver partecipato ad un'orgia comprensiva di animali da compagnia, o altre consimili turpitudini. La vostra vita personale ne uscir traviata, con effetti spesso irreparabili.

Perci, cari amici, fate tesoro del presente manuale e servitevene. Perch  meglio che lo sappiate: questi sono eventi inevitabili, e allora bisogna tentare di gestirli al meglio. A tal proposito, ho pensato che  meglio effettuare, come dire, un'esercitazione: per cui sabato tutti a casa mia, volenti o nolenti.

Non potete mancare, vi divertirete: si mangia shwaili.

CRONACHE DELLA CITTA' OBESA.
La Citt  obesa. Tutti la guardano. Provano a distogliere gli occhi, ma la visione  orrenda e perci irresistibile: la guardano, e ne parlano perch non  possibile farne a meno. Fingono di farlo controvoglia, ma godono perch non reagisce.

La Citt  obesa, e suda in silenzio. Puzza, non riesce a lavarsi da sola, e non si riesce a pulirla dall'esterno, perch ha mille pieghe e mille piaghe, nessuno sa quante e nessuno sa dove. Su di essa pullulano parassiti, felicemente impuniti e impunibili perch gli basta rifugiarsi in una piega nascosta, e aspettare che il campo sia di nuovo libero. E perch pulirla, poi? Di cosa si parlerebbe, se non ci fosse?

La Citt  obesa, e fa schifo a tutti. I vicini discutono di lei, e fanno a gara a chi ne sparla meglio e di pi, a chi ha un nuovo aggettivo o un nuovo verbo. E ogni volta che succede qualcosa la colpa  sua, della Citt obesa, e come si potrebbe pensare altrimenti, se  cos orribile a vedersi in un tempo in cui ognuno  quello che sembra, niente di pi, niente di meno.

La Citt  obesa, e perci inerte; nulla la smuove, perch sono secoli che ha perso la voglia di reagire. La sua stessa natura  inerte, perch mai ha dovuto sforzarsi per mangiare o dormire, ha tutto a portata di mano. E siccome  inerte,  a disposizione di chi vuole approfittare. Tanto, chiunque entri nella sua casa  sempre stato il benvenuto, un'altra occasione per un piccolo spuntino gratis. La Citt  obesa perch ha sempre fame.

La Citt  obesa, e nel dormiveglia sogna. Sogna il suo tempo, quando credeva di essere bella e desiderabile e invece era solo un vestito nuovo, che sarebbe durato il tempo di un sorriso. Sogna delle volte che ha avuto un salotto buono, che consentisse di dimenticare i suoi vermi, di non sentirne il rumore. Sogna dei suoi vicer che non sono ancora finiti, e delle loro vergogne che non sono ancora finite.

La Citt  obesa, e si fa a gara ad accanirsi sul suo corpo molle e informe. Non si lamenta nemmeno pi. Noi abitiamo con lei, e lo sappiamo che soffre perch non pu morire. E sappiamo che se potesse dipingerebbe i colori che conosce solo lei; e sappiamo che quelle grasse labbra chiuse saprebbero cantare con una voce dolcissima, se solo qualcuno le ricordasse le parole della sua canzone. Che le mani inerti saprebbero ancora modellare il suo tufo, e che quelle enormi, gonfie gambe morte ricordano i passi di antiche danze. Noi lo sappiamo, perch abitiamo tutti insieme nella sua disperata solitudine. Siamo la sua famiglia.

Siamo quelli della Citt Obesa.

LA PIAZZA NASCOSTA.
Qualcuno se lo ricorda, Il segno del comando? Era uno sceneggiato (allora la fiction non esisteva) della Rai, trasmesso nel 1971. Una vita fa, vengono i brividi a pensarci. Insomma, fu una storia che tenne l'Italia incollata davanti al televisore per cinque domeniche, tra maggio e giugno.
Nel film un professore inglese in viaggio a Roma si trovava, a causa di una serie di vicissitudini che non vi sto a raccontare, in una piazza che nessuno conosceva; una piazza venuta diritta dal passato, che non esisteva da cent'anni.
Al vostro cronista  successa una cosa del genere, venerd scorso. Napoletano, a Napoli da sempre, innamorato perso di una citt bella e disperata, credevo di conoscerla se non tutta, almeno per i luoghi importanti. Quindi, quando mi hanno detto che una parte rilevante di giovani si riunisce a piazza Santa Maria La Nova mi sono chiesto dove fosse; e ho scoperto che di questa citt quasi tutti conosciamo le vie e le piazze 
di passaggio, o quelle dove ci sono i negozi, i megastore e i bar famosi, o anche i piazzali antistanti le stazioni ferroviarie o metropolitane e funicolari. Ma se un luogo  chiuso al traffico, pi o meno, e non ha nulla di celebre o eclatante da offrire, anche se  a tre metri dalla via che percorri ogni giorno, e pi volte al giorno, ebbene corri il rischio di perdertelo, e di passare anche tutta la vita senza vederlo mai.
Il sottoscritto per, che vuole raccontare dei luoghi dove le persone nelle sere di primo caldo decidono di stare insieme, come il protagonista de Il segno del comando si  ritrovato in una piazza venuta diritta dal passato, e tuttavia moderna come pi non si potrebbe.
Santa Maria La Nova  una chiesa. Una bella, grande chiesa che  perpendicolare a via Monteoliveto, proprio di fronte alla Posta Centrale. Ci si arriva semplicemente alzando gli occhi e girando a destra, invece di camminare a capo chino verso piazza Municipio, presi da pensieri quotidiani e senza la voglia di vivere un po'. Se invece guarderete in su, vedrete una piccola salita con appunto la chiesa di fianco, un po' imballata dai tavoli di un ristorante. Avendo la pazienza di percorrere una decina di metri, potrete trovarvi in una bellissima piazza degradante, sospesa tra sacro e profano e piena di persone, birra e risate di sera.
Perch sacro e profano? Perch, pur essendo una piazza tutto sommato piccola, ha una chiesa, la cappella di un'Arciconfraternita e la sede del museo di arte religiosa contemporanea; e, in un'alternanza di quasi perfetta condivisione degli spazi, una pizzeria, un ristorante, un pub irlandese, un bar e un fast food di ispirazione araba. E anche un banchetto estemporaneo, di quelli che seguono le masse rifornendole di tutti i tipi di nocciole e noccioline e con le bottiglie allineate a mo' di catalogo.
La sera del venerd le istituzioni sacre si rassegnano e chiudono i battenti, ferma restando la forte illuminazione dei fari sul portale della chiesa, per far capire chi comanda: siamo momentaneamente chiusi, direbbero i battenti, ma riapriremo. Sfogatevi pure, ma domattina saremo di nuovo qui per ripulire la morale del quartiere.
In verit non sembra che la piazza abbia un gran bisogno di precetti etici. C' una moltitudine di ragazze e ragazzi, si beve con relativa moderazione e soprattutto non si rileva quella latente aggressivit che tante, troppe volte abbiamo incontrato anche a pochi metri da qui. Gli esercizi hanno tavolini, non tutti occupati, e si ha l'impressione che i migliori affari li faccia il banchetto economico, quello delle noccioline.
Il perch me lo spiega Marco, nome d'arte del commesso del fast food arabo Lamir, che significa Principe. Il popolo di Santa Maria La Nova  quasi integralmente formato da studenti fuori sede, ragazzi che dopo una giornata passata a studiare o a lavorare per mantenersi si concedono qualche ora in pace con del kebab o una birra, seduti sul muretto delle aiuole al centro della piazza. Ci sono giorni con molta gente e altri in mezzo alla settimana che converrebbe restare chiusi, non si incassa nemmeno abbastanza per pagare la luce che si consuma. Resta difficile crederci, stasera. Continuano ad arrivare in gruppi, tutti salutano tutti con grandi sorrisi, manate sulle spalle e complicate strette di mano rituali che il sottoscritto imparerebbe in non meno di due anni di corsi intensivi.
La cosa che sorprende  che si direbbe trattarsi di un'unica grande comitiva, che vede forse escluse solo le coppie sedute ai tavolini e gli avventori della pizzeria all'ingresso della piazza, fondata da Aurelio Fierro e col nome di una sua famosa canzone. Nota del redattore: il ricordo di Aurelio Fierro  come quello de Il segno del comando: roba per vecchi. I ragazzi di Santa Maria La Nova molto probabilmente non hanno mai sentito nominare n l'uno n l'altro.
Napoli emerge dai nomi dei locali: 'a canzuncella, ma tu vulive 'a pizza, aret'a palm'. Il ragazzo con la chitarra che fa circolo, evidentemente fuori corso, addirittura qualche striatura grigia nella chioma, suona in inglese con evidente accento pugliese. Non escludo che ci siano parecchi imbucati autoctoni, terzetti e quartetti di studenti alla ricerca di contatti pi ravvicinati con compagne di corso di Benevento o Catanzaro; e non escludo nemmeno, per amor di verit, che non tutte le sigarette che passano di mano in mano siano solo a base di tabacco. Per il clima resta ridanciano e affettuoso, almeno adesso che  quasi l'una e le bottiglie di vino e di birra defunte sono meno di quelle ancora vive; e le ragazze si sentono al sicuro e non sono diffidenti, accettano di chiacchierare, tanto a due metri ci sono gli amici di sempre e non c' pericolo. Mi chiedo come sembrer la piazza domattina, quando si aprir il portone della chiesa per la prima messa e i bei lampioni gialli saranno spenti. Forse nel ristretto numero di quelli che si svegliano presto ci sar qualche altro studente, in cerca di un diverso ristoro o di una raccomandazione dall'alto per qualche esame; pi probabilmente qualche frettoloso impiegato scuoter il capo disgustato per tutte queste bottiglie vuote, e avr anche ragione.
A un certo punto succede una cosa carina: dal limite della piazza opposto alla pizzeria, dalle parti del pub, parte un coro stonatissimo celebrativo del genetliaco di tale Maria Grazia. Alcuni si avvicinano, c' una torta e una bottiglia di spumante; la festeggiata  bruna e bassina, il viso rosso per la sorpresa, salta tra le braccia di un tipo allampanato che ha organizzato tutto. Il tizio cade e tutti ridono, potremmo essere in qualsiasi paese di qualsiasi provincia e invece a duecento metri c' il porto con tutte le sue paure notturne. Ma oggi  il compleanno di Maria Grazia, non c' niente da temere. E domani sar la festa di qualcun altro, vedrete.

Seduti sul muretto vicino a me ci sono tre ragazzi con i capelli rasta, bermuda e collanine multicolore. Si direbbero cittadini giamaicani se non fosse per la pelle bianco latte e il marcato accento calabrese. Uno ha in mano un tubo di quelli in cui si arrotolano i disegni, tutti e tre hanno le mani sporche di colore. Parlano di un esame di architettura che si avvicina e sono molto preoccupati, fanno una tenerezza immensa; tra vederli e sentirli c' un abisso, provo a chiudere gli occhi e me li figuro adulti e tesi verso la fine mese, alla quale sacrificare grandi quantit di sogni e fantasie.
Chiss se, in mancanza di altri santi protettori, Santa Maria La Nova li preserver da questo destino e li lascer artisti per pi tempo possibile.

LA SAPONATA AI QUARTIERI SPAGNOLI.
Linda e Paola abitano al Vomero, e lavorano a via Toledo. Alla fine di Vico Lungo Gelso c' una curva con una strettoia. Al Museo ci sono un perenne ingorgo e due semafori non sincronizzati.
Eventi apparentemente scollegati, senza un nesso fra loro. Eppure questi tre assunti costituiscono la colonna vertebrale di un aneddoto che adesso vi racconter, e che ha risvolti comici e tristi al tempo stesso.
Andiamo con ordine: Linda e Paola oltre che colleghe sono l'una la migliore amica dell'altra. Linda  sportiva e forte, uno spirito libero e indipendente. Paola invece  sensibile e delicata, un po' bradipa e poco incline al movimento. Da sempre Linda ha uno scooter, e Paola l'accompagna in giro per la citt dopo il lavoro: un po' di shopping, un caff, a volte un aperitivo prima di tornare a casa dai mariti e montare di nuovo in servizio nel secondo, duro lavoro che fanno tutte le donne che lavorano. Tengono una o due ore per s, senza togliere nulla a nessuno. Abitano in un
punto del quartiere collinare che implicherebbe almeno due mezzi pubblici, autobus e funicolare, per arrivare al posto di lavoro, e un tempo qualsiasi compreso tra una e tre ore, secondo la giornata, il tempo, lo smog, il traffico, le scuole e tutte le altre variabili impazzite che rendono impossibile stabilire gli orari d'arrivo in questa citt: per cui scooter, sempre e comunque.
Anche con lo scooter per vanno evitati certi punti critici che mettono a rischio l'incolumit delle caviglie, anche se come vedremo a breve non  sempre sufficiente: uno di essi  il doppio semaforo del Museo, comprensivo di vigili stressati e quindi disattenti e di automobili imbestialite dall'attesa. Allora, Linda e Paola preferiscono correre un altro rischio e risalire i Quartieri Spagnoli. L: altro rischio  il codice della strada peculiare di quella zona, che poco o nulla ha a che fare con quello rispettato (male) altrove in citt. Provate e vi accorgerete che l dentro, luogo com' noto off limits per le forze dell'ordine, non esistono sensi unici n divieti di sosta, non si tiene necessariamente la destra e alcuni obblighi teorici come il casco e l'impossibilit di trasportare pi di un passeggero sul motorino non vigono.
E' facile trovarsi ad aspettare un quarto d'ora che due signore, una in macchina e una affacciata al basso, si scambino una ricetta o notizie della parentela;  facile svoltare un angolo e trovarsi di faccia, in senso vie
tato e a rotta di collo, uno scooter di grossa cilindrata guidato da un dodicenne con altri tre a bordo, che non possono dare la precedenza semplicemente perch, una volta fermati, cadrebbero rovinosamente per l'insufficiente lunghezza delle gambe.
Linda e Paola questo lo sanno, e stanno molto attente; d'altra parte quando transitano loro  ancora giorno, almeno fino all'inverno, e il pericolo  pi contenuto. Imboccano come ogni giorno Vico Lungo Gelso, stradina dal nome romantico e dalla pavimentazione sconnessa, per poi arrivare alla salita dell'Ospedale Militare e finalmente al Corso Vittorio Emanuele, dove si metteranno l'animo in pace per giungere dopo almeno quindici minuti in via Salvator Rosa. A bassissima velocit, perch non si pu mai escludere che un bambino sfrecci da un basso a un altro all'improvviso, Linda si approssima a tracciare la curva alla fine del vicolo: e le manca all'improvviso la terra sotto le ruote.
E' successo questo: una determinata signora residente proprio all'altezza della curva, forse presa da smanie preautunnali di pulizia, forse decisa a scoraggiare tutti quei motorini che passando di l le appestano l'aria, ha pensato bene di inondare la strada antistante casa sua di acqua e detersivo. Cos Linda e Paola disegnano un arco sul terreno e si schiantano sulle ruote di un furgone in sosta vietata sull'altro lato del vicolo.

I danni sono lievi, per grazia di Dio e della madonnina dell'edicola votiva all'angolo: trecento euro di plastiche rotte e lamiere piegate, una scottatura di secondo grado sulla bella gamba di Linda e un arcipelago di lividi sulla delicata caviglia di Paola, che batte anche la testa e deve probabilmente la vita al casco che correttamente indossava. Si crea il solito capannello, quella piccola folla che fa sorridere dovunque in Italia e fa dire che gente di cuore, per, in quella citt. E' un fiorire di "Signuri', state bene?", e di "Portate un poco d'acqua, prego, assettatevi qua." Tutto bene, tutto elegiaco, siamo tutti fratelli e sorelle. Finch Linda, che non  come si dice dolce di sale, scosso l'intontimento dalla testa, si permette di dire: "Ma che modi sono, siete impazziti a buttare acqua e sapone sulla strada? E se il casco non lo tenevamo, e se passavano dei bambini?"
Scende il gelo, e cessiamo di essere tutti fratelli. Anzi, la folla si apre e arriva una scarmigliata virago vestita di nero che chiede da dove sono venute queste due. E anzi, chiamate don Antonio del furgone, che `ste stronze ci sono andate addosso e glielo hanno pure strisciato. Un uomo si accosta a Linda, la prende per un braccio e le dice in malo modo: ti abbiamo alzato da terra, e abbiamo alzato pure il motorino. Mo' piglia all'amica tua e levati di torno.
Linda e Paola, doloranti dentro e fuori, arrivano a via Toledo. Di polizia o vigili urbani nemmeno l'ombra. Tanto vale arrivare in ospedale e farsi controllare, per fortuna niente di rotto. Per da domani meglio l'ingorgo del Museo.
Perch col grande cuore di questa bella citt  meglio non averci a che fare.

RESPIRANDO IN DISCESA.
Per come la vedo io, questa  una citt che va respirata in discesa. Ogni posto ha il suo verso, come un fiume o una corsia di autostrada, che a mettersi controsenso  faticoso e ha anche i suoi rischi. Questa citt va in discesa, ed  poco tollerante nei confronti di chi decide di percorrerla al contrario.
Si deve fare come se si fosse uno squalo, che nuota senza fermarsi, respirando storie con gli occhi e con le orecchie, soffermandosi solo un poco qualche volta, senza farsi coinvolgere mai. Perch, si sappia fin dall'inizio, le storie di questa citt cercheranno di coinvolgerti: vivono di questo. Una specie di sabbie mobili, in cui sul momento  anche piacevole affondare, ma che poi  impossibile scrollarsi di dosso.
E allora, ci si procura alcuni strumenti essenziali.
Un paio di scarpe comode con suole di gomma, perch il terreno  sconnesso assai e si corre il rischio di diventare direttamente una storia; poi, meglio avere un'et compresa tra i quaranta e i cinquanta: di meno, si va sempre di fretta e si pensa troppo ai fatti propri, di pi, un dolore di schiena o l'eventuale prostata a ostacoli farebbero diventare la passeggiata una via crucis, pi soste e sofferenza che strada fatta. Ancora: tempo da perdere, anzi, tempo da guadagnare. Nessuno che ti cerca, nessuno che ti aspetta al tale posto e alla tale ora.
Infine: lasciare a casa il telefonino, nulla deve rivelare la tua presenza. Fai parte dello sfondo, sei stato assunto nel coro della tragedia greca cui stai per assistere: te lo immagini l'Edipo a Colono, con un contadino dal quale all'improvviso promana il jingle Nokia? E' impagabile andare in immersione in discesa fuori dal tempo e dallo spazio, irrintracciabile e quindi mediaticamente invisibile. Senza avere la tentazione di condividere con un amico o con la tua donna un evento, una frase, un'immagine. L'ingoiatore di storie in discesa deve essere famelico ed egoista, non deve conoscere pause. E' un duro lavoro, farsi i fatti altrui: ma qualcuno deve pur farlo, e allora che lo si faccia bene.

E perch in discesa?
Anzitutto, questa  una citt in discesa. Per essere precisi, si  sviluppata in salita, come tutti i posti di mare: pi si era lontani dal blu peggio era, giustamente. Ma poi si  scoperto che  pi bello guardare dall'alto, con la pace e la serenit di osservare il fiume di macchine in fila col sollievo di non esserci in mezzo. E allora, tutti in collina, per creare un altro festoso e chiassoso fiume di macchine in cui, stavolta s, trovarsi a bestemmiare e accaldarsi. E oltretutto lontano dal blu. Tanto, il blu ormai  quasi marrone...
Perci, in discesa: lungo la strada tutto si dipana man mano, come un racconto semplice e imprevisto. Non si fatica, e quando in funicolare o in autobus al ritorno tremeranno i quadricipiti, uno potr anche pensare con soddisfazione di aver bruciato calorie. Puoi tenere le mani in tasca, provaci a camminare in salita con le mani in tasca, e sembrare indifferente e casuale, uno di passaggio. E' fondamentale, sembrare uno di passaggio: sarai chiamato in causa, ti verr chiesto un parere, sarai convocato a dirimere liti come un magistrato. Nessuno  pi autorevole e obiettivo di uno che passa per caso. E' come se in tiv reperissero all'improvviso lo spettatore medio: il suo parere sarebbe considerato determinante, la sua opinione un oracolo.

Il bello  che non ci si mette niente, ad essere uno che passa per caso: basta passare per caso. Certo, ci si deve trovare, al punto giusto e al momento giusto. Ma in questa citt il posto e il momento giusti capitano con cadenza pressoch istantanea, quindi, una volta partiti, il pi  fatto. La cosa difficile  alzare un po' lo sguardo: ma alle buche si fa presto l'occhio, e l'andatura a zig zag dei pedoni  anche coreografica, come organizzata da Enzo Paolo Turchi dopo una peperonata. E non si deve mai guardare il panorama, perch ti distrae:  cos bello che ci si mette a pensare in poesia, e si perdono le storie e le facce della gente: sei un passante, e il passante si guarda attorno. Il passante ha il diritto di essere curioso, o meglio incuriosito.

Si pu per volontariamente mettere in discussione il proprio status di passante, reiterando la passeggiata in discesa: si correr il rischio di essere riconosciuto come un professionista del cazzeggio, ma in compenso si potranno incontrare alcuni tecnici dell'osservazione della natura umana, come don Luigi, non un uomo ma una leggenda.

Don Luigi, ad onta dell'appellativo clericale , o meglio era per i motivi di cui subito appresso, un esperto e anziano barbiere; egli rappresenta un'istituzione nella regione geografica costituita da un noto semaforo, crocevia di umane passioni, dove l'errata pluriennale regolazione dei tempi del dispositivo porterebbe a digrignare fra i denti cazzodibudda anche al Dalai Lama. Don Luigi staziona nei pressi del semaforo a partire dalle nove e trenta del mattino e fino alle diciannove, con tre ore di interruzione pomeridiana per il pranzo. Si siede su una pieghevole appositamente predisposta da Franchetiello, titolare della premiata e abusiva bancarella di chincaglierie e cinture, e intrattiene i fortunati ascoltatori con la sua storia.

"Dotto', io sono un barbiere, per senza negozio. Un barbiere del tipo vecchio: il negozio mio non si chiamava barberia, capelleria, look hair o stronzate varie. Il negozio mio si chiamava salone, entravano uomini che sembravano uomini, si grattavano il pacco e a Natale se non ci davo il calendario profumato con le femmine con le zizze da fuori facevano il bordello. Il negozio mio stava l, dove mo' sta "Non Solo Un Euro", che vende bacili di plastica e secchi per la monnezza. Cio, li venderebbe se qualcuno entrasse, ma se ho visto tre clienti da cinque anni che mi siedo qua,  assai. E' gi il terzo esercizio che ci prova, ma nessuno rimane aperto pi di un anno - un anno e mezzo. Qua attorno la chiamano la maledizione di don Luigi, ma non  vero: io non auguro il male a nessuno, e poi ci voglio bene a quel negozio, anche se quella vecchia avida della proprietaria mi ha sfrattato dopo trent'anni che ci aveva lavorato pure il povero pap.
"Ma, dotto', la verit  che a quel posto ci sta bene il barbiere: la gente  abituata, ci ha fatto l'occhio geneticamente, i padri e i nonni e adesso i figli. E prima o poi la vecchiaccia si rassegna e lo rid a un barbiere. No a me, eh. Io sono vecchio, e poi ho messo qualcosa di soldi a pizzo, un figlio solo grande, impiegato al Comune, la povera moglie mia  morta dieci anni fa. Una scassacacchio, per in casa senza di lei c' troppo silenzio. Allora, io che faccio? Mi alzo, mi vesto, prendo il pullmn e me ne vengo qua. L'ho fatto per trent'anni, conosco a tutti e tutti mi conoscono: dove me ne potrei andare? Su qualche panchina estranea, come i vecchi alla Villa Comunale che non si capisce se sono vivi o sono morti? E allora, dicevo, mi metto qua, sulla seconda sedia di Franchetiello: per ricambiare, dotto', una volta al mese una bottarella gliela do, sfumatura bassa, basette lunghe, pure per mantenere la mano. E mi guardo il semaforo.
"Come, ti guardi il semaforo?, mi potete chiedere. Dotto', voi non tenete un'idea di quello che pu essere un semaforo. Meglio del cinematografo. Commedie, tragedie, farse, un teatro. A una certa ora passa una signorina in motorino, dotto' non potete sapere quanto  bona, certe minigonne con le cosce da fuori, diritta diritta, un petto che gli manca la parola. E che succede, a questo semaforo quando arriva questa: frenate col rosso che pare la Svizzera, partenza col verde che nemmeno Sciumachr. Ieri mattina un vecchio con un tre ruote sorrideva con un dente solo a centro gengiva, una cosa schifosa. Quella non d retta a nessuno, va sempre di fretta. Con la faccia scura, n, ma che peccato, una figliola di quella maniera. Beh, una mattina alla solita ora, era bagnato per terra, scivola un po' e va a finire addosso a un ragazzo che attraversava la strada; niente di che, solamente una strisciatella. Si cominciano ad appiccicare, lei che contava sul fatto che era bona, lui che non se ne fregava proprio e la chiamava negata e le diceva che se non sapeva portare il motorino se ne doveva stare a casa o uscire a piedi. Com' o come non , ieri pomeriggio non li vedo mano a mano su questo stesso marciapiede? Si sono fermati, hanno guardato il semaforo, si sono guardati tra loro e lei gli ha poggiato la testa sulla spalla.
"Tengo il conto della gente che si mette il dito nel naso, sono le undici e gi stiamo a trentotto. Al telefonino ventuno, tutte e due le cose sedici. La cintura? L'altro ieri una vecchietta la teneva, dotto'. Ma forse era la borsetta portata alta. Se una volta vi volete fermare,  un piacere: ma vi dovete portare la sedia, Franchetiello qua ne tiene solo due."
Lo studioso non si ferma, per: lo studioso, in quanto tale, cerca di avere una visione quanto pi ampia  possibile. Lo studioso ricerca. Perci con rimpianto abbandona don Luigi e continua la discesa, respirandola.

Scendendo via Nicotera, il viandante pu essere incantato tra le undici e mezzo e mezzogiorno dall'odore delle cipolle per l'incipiente genovese, cos come Odisseo dal canto delle conterranee sirene. Non  un odore come gli altri, quello della genovese:  piuttosto un'essenza, qualcosa che rimane nei capelli e nei pensieri e addolcisce l'umore. E la genovese stessa non 
una semplice salsa di cipolle, ma una poesia d'amore, una dichiarazione di affetto di una donna nei confronti dei figli e del marito. La genovese non si cucina: si compone piuttosto, come una sinfonia o un'ode. E dal sapore si capisce se l'autore  arrabbiato o triste, euforico o allegro: una forma di comunicazione non verbale, che ha dell'erotico.
Non saprei dire se la genovese possa essere cucinata da un maschio, o se la cosa sia illegale. In questa assurda citt siamo abituati, per la cucina tradizionale, a pensare la stessa come prerogativa di mamme e nonne, non di mogli ahim. Nella fattispecie, la genovese di via Nicotera compete alla signora Vincenza detta Cinzia, della trattoria della Piastrella. La sua genovese  un imperioso squillo di tromba, che annuncia al quartiere che si avvicina l'ora di pranzo e che si pu cominciare a pensare a che cosa fare nel pomeriggio, dopo un black out digestivo di almeno due ore.
La signora Cinzia  una bella cinquantenne oversize, che sembra uscita dagli anni sessanta compreso il tuppo in testa; grazie alle frequenti pubblicazioni su guide tecniche e al fatto che i turisti stranieri si avventurano ormai anche nei vicoli pi bui, ha accumulato una sostanza che le consentirebbe di assumere qualcuno, affrancandosi dal lavoro. Potrebbe concedersi un mese di beauty farm, due ore al giorno di massaggi shatsu e shopping no-stop per la vicina via Chiaia infestata dal franchising.
"No, dotto', e che sono tutte `ste parole forestiere? Io quando vengono i cinesi, a squadre di venti e che nemmeno sanno usare le forchette, manco chiedo che vogliono mangiare e ci porto quello che c', pur di non parlarci. No, no: io mescolo il pentolone adesso come vent'anni fa, non mi sono moppeta quando aspettavo i gemelli, figuratevi se mi muovo mo'. La verit  che qua le cose cambiano dalla sera alla mattina, per dentro da me tutto  tale e quale, e io mi sento sicura solo se sto in mezzo alle cose mie.
Per esempio il fatto dei cellulari, io li chiamo portatili e mio figlio mi sfotte. Voi sapete che pigliano solo nei due tavoli in mezzo alla sala, non si  mai capito il perch. Allora la gente esce pazza, ma com' che a quello stronzo l al centro gli piglia e a me, che sto vicino alla porta, no? E si mettono in posizioni curiose, che sembrano statue, con le mani alzate, le cosce sporgenti dai tavoli, le capuzzelle storte. Qualche giorno fa una signora non ci voleva credere, che al marito non ci pigliava, perch a un giovanotto del tavolo buono ci cominci a squillare: e cominci a strillare sempre di pi, lo hai spento, e perch lo hai spento, hai paura, quella puttana ti chiama ancora, ma non ti vergogni. Uno spettacolo, due francesi si credevano che erano attori e battevano pure le mani, il marito li guardava idrofobo. Ma non  meglio che li lasciano a casa, invece di intossicarsi una continuazione?
Un'altra cosa  il fumo. Io non ho mai fumato, e vi dico sinceramente che quando si mangia pure a me mi d fastidio, a mio marito a casa ci faccio certi strilli in testa che dovreste sentire. Per, e che caspita, un minimo di tolleranza non ci vorrebbe, in questo mondo? Gi tutto  difficile, complicato. Si combatte dalla mattina alla sera. Io la sala fumatori non la posso fare, il posto  piccolo, lo vedete. Quelli sono povera gente, come i drogati, non  che possono diventare sani da un giorno all'altro. Ieri, ve lo ricordate, pioveva orizzontale perch c'era vento. Un signore non ce la faceva pi, aveva mangiato il rag, il polpettone, la parmigiana di melenzane, la pastiera e bevuto un litro di vino aspettando che spioveva e non spioveva. Resistette resistette, poi non ce la fece pi e si prese il caff. Ballava sulla sedia come se doveva fare la pip, e forse la doveva fare veramente ma c' il bagno rotto.
A un certo punto, soprappensiero, chi sa, si  distratto e si  acceso la sigaretta. Apriti cielo,  successo Montevergine: manco se avesse violentato qualcuno. E che incivile, ma che modi, siamo nel terzo millennio, ancora con `sta cosa in mano, ma non ti vergogni. Questo ha pure provato a uscire, in due secondi si  fatto un purpetiello, faceva pena. Allora  rientrato, ha guardato tutti con aria di sfida e ha continuato a fumare. Dotto', quello era grosso, bagnato e a quel punto pure incazzato. Nessuno ha avuto il coraggio di dire niente. Dopo un minuto, non ci credereste: stavano fumando tutti quanti! E' uscita una chitarra e dopo altri dieci minuti stavano cantando e ballando, abbiamo fatto le due e manco se ne volevano andare. Allora dico io: con un poco di tolleranza, non si starebbe meglio? Ci respiriamo questo poco, dalla mattina alla sera che per il vicolo ci passa pure l'autobs, mo' ci vogliamo formalizzare per la sigaretta di quel povero madonna? Ma quanti anni vogliono campare. Che fate, dotto', vi fermate per pranzo? Oggi la genovese mi pare ancora meglio del solito. Sentite a me, vi conviene".

E lo studioso deve pur mangiare, studiando studiando. E deve anche digerire, che Dio lo aiuti, anche se il celestiale sapore gli torner in bocca per almeno due giorni:  una caratteristica della genovese, che non si dica mai indigesta ma solo, per dir cos, "autoricordante". Serve a pensare che  bello mangiare, ma che  meglio evitare, la prossima volta.
E si digerisce bene in discesa, contro il vento tiepido che nel primo pomeriggio sale dal mare. Si va verso il caff primariamente, a completamento dello stato d'animo, per forza di cose contemplativo. Lo so, lo so: il lettore, un po' schifato, direbbe che ci manca solo la pizza e il mandolino, e poi l'iconografia classica  interamente rispettata. Ma lo studioso risponder: non ci sar poi un motivo, per cui questa citt  famosa per queste cose? E comunque, uno dopo la genovese che dovrebbe andare a fare, apostolato a Scampia? E quindi, vada per il caff da Luca, proprietario e barista del Gran Caff Serra, all'inizio dell'omonima strada.
Insomma, Gran Caff per meriti, non per dimensioni: nell'ora di punta bisogna organizzare turni da quattro, per godersi il caff di Luca; il quale ha assunto il titolo di Barista Ufficiale dello studioso il giorno in cui il medesimo lo sent con le sue orecchie dire, ad un avventore che aveva osato dopo il caff chiedere un bicchiere d'acqua: "offro io, ma mi dovete fare il piacere di non venire pi. Non per altro: i clienti possono pensare che vi volete sciacquare la bocca". Una cosa leggendaria.

"Dotto', ma che piacere. I due amici qua sono Totonno l'edicolante di fronte, e Mario mio cognato, meccanico all'aenneemme, i pullmn insomma; mo' sta in malattia e mi da una mano alla cassa, toccava a lui mettersi malato, con i colleghi fanno cos, ma lui a casa non si fida di stare, quella mia sorella  una scassacazzo che non se ne ha un'idea. Mo' proprio ci stava raccontando un fatto, di quelli che piacciono a voi. Mariu', raccontacelo pure al dottore: magari poi ti trovi pure stampato, tu che hai fatto cinque giorni di lezione in dieci anni di scuola".
"Allora, dotto', io faccio, come vi diceva mio cognato, il meccanico all'aenneemme. Ho pigliato il posto per l'interessamento di un mio zio, che fa l'usciere alla Regione, avanzava un favore da un assessore, gli prestava un appartamentino per certe cose sue. Va b, questa  un'altra cosa. Comunque, sono tre anni che ho preso il posto, mi trovo abbastanza bene, gli orari sono comodi e uno riesce pure a fare qualche cosarella per conto suo, un meccanico buono serve sempre. La settimana scorsa ero in servizio, alle tre rientra il centododici rosso, sapete quel pulmanino piccolo elettrico che fa i Quartieri Spagnoli? Insomma, teneva tutto il tetto ammaccato davanti.
Mo', noi vediamo di tutto: sono pi le volte che dobbiamo andarceli a prendere in mezzo alla via, sbattono coi motorini, con i pali della luce, perdono certi pezzi che poi, per avere i ricambi, se ne passano anni. Ma mai avevo visto il tetto ammaccato di quella maniera. Da dentro scende l'autista con la faccia stralunata, che faceva di no con la testa: sconvolto, vi dico a voi. `Sto ragazzo  del nord, lo hanno assunto col concorso perch volevano far vedere che non avevano pregiudizi con le altre razze: come infatti, questo  di Monza. Un emigrante tutto al contrario, insomma. E il caposervizio, che  un bastardone, non lo mette proprio sul centododici rosso? E lo manda in mezzo ai Quartieri, che secondo me ci dobbiamo montare le mitragliatrici, come sui carri armati. All'inizio, il ragazzo si bloccava dopo cento metri, appena qualcuno in sosta o le cassette di un fruttivendolo non lo facevano passare; poi si  ambientato, la gente lo conosce e si spostano come con gli altri, e bene o male il pullman passa e la giornata pure. Ma quel giorno rientra con il tetto distrutto, un danno mica da ridere: io gli ho chiesto, ma che, ti sei tamponato con un elicottero? Lui scende, vi dicevo, e con quella parlata strana mi racconta tutto.
Dunque, era la prima corsa della mattina. Lui si era imparato il tragitto, che non  semplice semplice, in quel labirinto di vicoli e vicarielli, e camminava pensando ai fatti suoi. Nel mezzo c'erano poche persone, quello la gente manco lo sa che passa il pullman nei Quartieri. All'improvviso gira una curva stretta e sente una botta fortissima sul tetto, come se ci fosse caduta sopra una pietra. Ma non ci stanno cavalcavia, sopra ai Quartieri, e poi quelle non sono scemit nostre. Basta, lui inchioda e scende, e che vede? Un balcone! Un bel balconcino piastrellato, con la ringhiera all'andalusa e le piante di geranio. Mario, mi dice, te lo giuro che non devo vedere pi a mamm (sempre in milanese, eh, dotto'), quello all'ultima corsa della sera prima il balcone non c'era! Si affaccia una signora e dice: giovino', ma che avete combinato? Lo capite, lei a lui "che avete combinato"!
Il collega non sapeva nemmeno che doveva dire; ha guardato la signora e le ha chiesto che ci faceva l il balcone. E quella gli ha detto: solo perch una famiglia sta al piano rialzato, in un appartamento che  stato ricavato met dalla soffitta dei negozi sotto e met dal proprietario sopra, non deve tenere un poco di luce? Io ci ho il bambino che sta sempre malato, un
poco d'aria ce la volevo dare. Mio marito sta nell'edilizia, fa il manovale, e ieri notte si sono messi lui e gli amici e hanno fatto il balconcino, che fastidio d? Noi ci credevamo che questo sfaccimmo di pullmn era pi basso; e poi, per quello che serve, potevate pure cambiare strada. Che dite, giuvin, me la potete fare voi, la lettera all'assicurazione?".

Lo studioso, anche se in quanto tale cammina rigorosamente a piedi e in discesa, sa bene che le storie in questa citt nascono dal fatto che si sta tutti uno addosso all'altro. E che gli spostamenti, e quindi i mezzi pubblici, offrono un meraviglioso terreno per le storie. Una volta, tanto tempo prima, lo stesso studioso c'era stato dentro: al mezzo pubblico e alla storia.

Nel settantasei il centoventotto non era un autobus: era una leggenda metropolitana. Il capolinea non ne era noto, chi diceva Ponticelli, chi Secondigliano, chi San Martino. Un'altra accreditata scuola di pensiero riteneva invece che fosse una vettura fantasma, come certe baleniere nel triangolo delle Bermuda, guidate da un vetturino con l'occhio bendato; pi probabilmente, ce n'erano soltanto tre per un tragitto di diverse decine di chilometri.

Fatto sta che per anni, prima che cambiassero i gloriosi numeri con caselle della battaglia navale (C16, A23, colpito e affondato), chi di noi all'epoca era un utente talvolta fiducioso e talvolta disperato quando lo vedeva passare era tentato di scendere dalla macchina e prenderlo, per principio. In quegli anni di miseria e nobilt, tra i giovani i ciclomotori ("mezzi") erano diffusi come l'obesit in Africa centrale: ci si vestiva con camicie e jeans usati, comprati a Resina in brumose mattinate invernali dopo estenuanti ricerche tra balle maleolenti venute d'oltremare; si leggevano e si vendevano libri usati, ricordo un "Cent'anni di solitudine" sul quale avevano scritto pi gli alunni di una fantomatica quarta B che Garcia Marquez. I calzolai prosperavano perch le scarpe non si gettavano via e quelle da ginnastica si usavano per la ginnastica, puzzavano come ora e costavano meno di quelle in pelle: i numeri arrivavano a quarantacinque, oltre si chiamavano borsoni.

In quegli anni oscuri ma luminosi, dicevo, gli autobus erano l'unica risorsa per quelli che dovevano o volevano dividere il proprio tempo e i propri interessi tra la collina e il centro, quando gli interessi distavano troppo dalle funicolari; il mio interesse aveva un fascino sottile, era ombrosa e reattiva e niente sesso, manco a parlarne: tutti fattori che imponevano una presenza costante, e un atteggiamento da postulante sotto il di lei portone, nella manifesta finalit di ottenere trenta - quaranta secondi di casuale intimit.
Quindi, un centoventotto la mattina e uno la sera, salvo complicazioni. Prima o, pi spesso, al posto dei pasti.

Tutto ci mi portava, in un certo primo pomeriggio invernale di quel settantasei, a scrutare l'orizzonte come Madama Butterfly dalla fermata di piazza Amedeo; l'innato amore per la lasagna e l'anticipata fine improvvisa di un'intensa attivit sportiva mi avevano portato ai centodieci chili, distribuiti sul metro e novanta in dotazione: un figurino, insomma. Quando l'oggetto delle mie brame fece la sua comparsa in ruote e carrozzeria, si present come sempre: pieno come un uovo. Da lontano si vedevano facce stampate sui finestrini, come pesci rossi che ti guardano da un acquario, borse scolastiche paurosamente fuori da ogni apertura (all'epoca le borse erano vecchi tascapane militari, ben distanti dagli zaini odierni che hanno ruote, manici e fanno pure il caff); per la solita errata distribuzione del peso al suo interno, l'autobus pendeva tutto da un lato, cos da lasciar credere che alla prima curva l'autista si sarebbe sporto per creare un contrappeso, come in una barca a vela. Tuttavia, siccome il centoventotto era consapevole della propria estrema rarit, non accadeva mai, e dico mai, che non si fermasse perch completo; e neanche stavolta lo fece, pur essendo l'autobus pi completo che sia mai esistito e io, come sopra detto, non fossi certo il soggetto dal fisico ideale per entrare in una vettura cos piena.
Fu cos che divenni il tappo del centoventotto, la persona cio dal ruolo fondamentale che, abbrancata ai due sostegni della porta (una qualsiasi, entrata, uscita non faceva differenza), sopporta la pressione indicibile di settantatr studenti di et variabile tra i dieci e i ventotto anni (b? Uno non pu prendersi i suoi comodi, per completare gli studi?), dodici insegnanti con l'esaurimento nervoso, nove pensionati che, non avendo nulla da fare, Dio solo sa perch si cimentassero con queste sfide, sei casalinghe sopra il quintale con otto/dodici buste della spesa e sei o sette appartenenti alla pi varia umanit, come me. Non sottovalutate il ruolo del tappo del centoventotto: ove non fosse stato, all'epoca, dotato di sufficiente prestanza fisica, di salda presa e di grande spirito di sopportazione avrebbe ceduto alla prima apertura di porte, e l'effetto sarebbe stato quello di una bottiglia di champagne a mezzanotte di capodanno agitata lungamente.
Rivestivo orgoglioso la mia funzione, con un grazioso colorito bord e l'espressione di uno stitico storico la mattina in bagno dopo quattro giorni di astinenza. Le mani abbrancate ai sostegni, le nocche bianche, nella schiena un gomito, tre ginocchia, due punte di piede, quattro borse e perfino un naso all'altezza del sedere, e siccome non ricordo se lo sforzo produsse effetti gastrointestinali o meno, forse ho alterato irrimediabilmente l'adolescenza di qualche innocente.

Sensibilmente riequilibrato nell'assetto, ma pi basso di almeno venti centimetri, il centoventotto affront la salita di Parco Margherita: il rumore del motore come al solito era monocorde, non dava cio la sensazione del cambio di marcia, ammesso e non concesso che un'ipotetica seconda sarebbe riuscita a spostare l'enorme peso. I freni a pressione sbuffavano infastiditi, le sospensioni barrivano e tutto cigolava allegramente: la colonna sonora era integrata dalle urla belluine della trib dei passeggeri, di cui una parte provava i cori dello stadio e il resto si lamentava come nelle malebolge dantesche. L'effetto generale era assolutamente spettacolare: anni dopo, il meccanismo involontario della memoria mi ha riportato l dal primo film in surround, ambientato nella giungla equatoriale.
In questo bucolico contesto, l'autista riceveva suppliche: "capo, vai completo, vai completo!", ma la sua era una missione, non un lavoro. Mai si sarebbe detto che un centoventotto si fosse rassegnato ad essere pieno! Senza contare la maligna soddisfazione di essere padrone del destino e dell'incolumit di questo consistente campione di umanit. Per cui, eroicamente devo dire, esalando un sospiro di pressione dei freni che temetti fosse l'ultimo (non sarebbe stata la prima volta: vorrei avere un centesimo per ogni chilometro fatto a piedi, lasciato per strada da un autobus morto), si blocc alla seconda curva della salita, in corrispondenza della fermata, aprendo con un trionfale "ctshh" le porte, segretamente sperando forse che qualcuno scendesse. Naturalmente, nessuno scese: non si  mai visto che un abitante di Parco Margherita prendesse un autobus, per quanto in momento di ristrettezze.

E naturalmente qualcuno sal, o almeno avrebbe voluto: e proprio dalla mia porta. Due parole su questo personaggio, che per la curiosa circostanza rimane indelebile nella mia memoria pur non avendo mai veramente parlato con me; o meglio, proffer un'unica parola, proprio all'inizio della nostra brevissima e intensa conoscenza: "permesso...". Era un ometto piccolo e magro, direi mingherlino se avessi mai sentito questa parola nel linguaggio reale, dotato di sette capelli, tre verticali e quattro orizzontali in un patetico, orgoglioso tentativo di riporto; occhiali cerchiati d'oro, cravattina a farfalla (erano anni bui, ve l'ho detto), una borsetta portadocumenti. Lo avrei detto un giovane di studio anziano, figura centrale del notariato meridionale, o un ragioniere commercialista inviato dal proprio studio in visita ad un cliente anziano, il pi rompiscatole da cui nessun altro voleva andare; o forse un professore privato di matematica, sottoposto a indicibili supplizi dai ragazzini viziati della zona e finalmente di ritorno a casa.
Ovviamente, non potei dargli il richiesto "permesso", perch se anche avessi staccato una sola mano dal sostegno sarei stato catapultato a un chilometro di distanza insieme a qualcuno dei proprietari dei gomiti e delle ginocchia di cui sopra: stavo per dirlo, approfondendo cos una nuova amicizia, quando, a dodici metri e centocinquanta persone di distanza, l'autista raggiunse la determinazione di chiudere le porte.
L'effetto di questa volont produsse un pressoch innocuo "ctshh" nelle prime due porte e uno strozzato "ctsh-bong" in quella di mia, per dir cos, competenza. Perch?, si chieder il lettore ove ce ne fosse almeno uno. Perch in mezzo alle porte, ghigliottinata dalle stesse, c'era la faccia innocente del forse-professoreforse-giovane-di-studio, inchiodato nell'espressione che aveva al momento come Ozzie, l'Uomo di Similaun: gli occhiali in diagonale, che non sarebbero mai pi stati gli stessi, il cravattino a farfalla spiaccicato sulla camicia come un'omologa vivente su un parabrezza, la bocca aperta a mostrare due carie, un'otturazione e un molare d'oro. Rendetevi conto: tutto ci a circa tre centimetri dalla mia faccia, e io non potevo nemmeno coprirmi la bocca per non far vedere che ridevo.

Ad un girone dantesco di distanza, l'autista si avvide che la meravigliosa spia luminosa in dotazione dell'avanzata vettura, prodigio delle officine Breda dei primi anni sessanta, non si era spenta ad indicare che una delle porte (quale? E chi se ne frega?, pens questo Nume indifferente alle sofferenze umane) era rimasta aperta. Non era un evento insolito: le giuste rivendicazioni dei lavoratori e le garanzie dei nuovi contratti collettivi facevano s che, nelle officine dell'azienda tranviaria, gli assenti ammontassero a quattro volte i presenti, con grave detrimento del corretto funzionamento delle vetture. Cos, l'autista diede luogo alla procedura consueta, detta "dell'incaglio", muovendo ripetutamente la leva dell'apertura-chiusura.
L'effetto fu devastante: il poveretto fu schiaffeggiato dall'autobus in sequenza rapidissima per diecidodici volte. Ricordo che lo spostamento d'aria cre sul riporto un allegorico effetto Spirito Santo a Pentecoste, e che un giovinastro alle mie spalle (che sicuramente ora sar in galera o far il fiscalista, o entrambe le cose) rideva omericamente indicando la vittima, senza alcuna piet. Passarono venti eterni secondi in questa situazione, in esito ai quali il passa parola arriv all'autista che pietosamente pose fine alle sofferenze dell'ometto, aprendo definitivamente le porte non senza averle lasciate chiuse per un ultimo, terribile attimo. Una volta libero, questi si diede alla fuga, senza voltarsi indietro; ricordo il retro svolazzante della sua camicia e il cravattino che lo inseguiva attaccato al collo: un uomo in meno nel centoventotto, un ricordo in pi nel mio passato.
Cos , il cammino in discesa:  facile, dolce, aiutato dalla gravit. E quindi il pensiero  libero dal dover regolare funzioni vili, quali la respirazione, e pu confondere colori vecchi e colori nuovi, ricordi e storie recenti. E tutto un po' diventa di chi passa, e non  pi cos importante che un fatto sia successo a te o a qualcun altro. Se  stato raccontato  stato condiviso, quindi  di tutti: se ti viene di raccontare in prima persona o in terza, poco conta. L'importante  raccontare ancora i racconti ascoltati.

Cos il racconto non muore mai.

ROBIN FOOD.
'Gnorgi, credetemi, parlare con voi  una liberazione. Raccontare tutto per me  come levarmi un peso dallo stomaco, e col mestiere che faccio un peso sullo stomaco, lo capite bene,  un problema. Se avete pazienza, io comincio dal principio; va bene?
Allora, io sono dei Quartieri Spagnoli; un vicolo stretto e senza uscita, dove il sole arriva mezz'ora al giorno e se piove non si capisce nemmeno. Non lo so nemmeno io, quanti fratelli e cugini tengo; ne sono usciti tanti, quando le cose si sono messe bene, e a tutti ho cercato di dare una mano. Mio padre entrava e usciva di galera, diceva con orgoglio di stare nello scippo, che pure  una carriera. Voi siete ragazzo, 'Gnorgi, e per le mani vostre, parlando con rispetto, non pu essere passato,  morto da tanti anni. Per io me le ricordo ancora, le volte che usciva e veniva a casa, che belle feste che faceva mamm, e come cucinava bene. Ecco, io il rapporto mio col mangiare forse l'ho cominciato proprio allora, con le feste per la provvisoria libert di mio padre. Mi ricordo questi pentoloni fumanti, `sta genovese e le pastiere quando usciva a Pasqua, mamma mia, che bont.
A me mi piace mangiare, 'Gnorgi; ma ancora di pi mi piace fare da mangiare. Io ero piccolo e mi mettevo le ore sane, a guardare mia mamma che preparava; guardavo le mani che impastavano, che aggiungevano, che tagliavano, che tritavano. Erano mani che costruivano la felicit. Mi piaceva assai. Eravamo tanti di noi, maschi e femmine, e mamm preparava una continuazione, c'era sempre qualcuno che tornava dal lavoro, da fuori, da casa sua che si era appiccicata col marito o con la moglie, e lei preparava il mangiare, e io mi mettevo su una sedia in cucina e guardavo. Finch una volta mia mamma mi dice: Rob, mettiti qua e prepara tu le polpettine per la lasagna. La mia prima volta. Tenevo sei anni.
Un'altra cosa che mi ricordo bene, 'Gnorgi, fu quando glielo dissi a mio padre. Tenevo quattordici anni, non lo vedevo da tre, stavolta la condanna era stata un poco pi lunga, la signora non aveva mollato la borsetta e si era fratturata un braccio, lesioni aggravate, voi m'insegnate. Insomma, aspettai che aveva finito di mangiare, mi sono consolato, disse, Mari', sei sempre meglio; e mia mamma gli dice no, Anto', quello ha preparato `o guaglione. Qua' guaglione?, disse. Io, pap, dissi. Mi guard, serio. N ma tu fossi ricchione, per caso? Non sarebbe stata una tragedia, due cugini miei erano appunto ricchioni e facevano un sacco di soldi: era solo un cambio di prospettiva. No, gli dissi, le femmine mi piacciono, pap. E' solo che mi piace pure cucinare. Ci pens un poco, e poi disse: e allora cucina. Parl con un amico suo, un tale Matteo che teneva una trattoria dietro piazza Carit, e mi mand a lavorare con lui.
Feci tutta la trafila, 'Gnorgi: garzone, ragazzo, aiuto, cameriere. Pulivo a terra quattro volte al giorno, servivo ai tavoli, lavavo piatti, posate e bicchieri, apparecchiavo, sparecchiavo. E accompagnavo lo chef al mercato, per portare le cassette di ortaggi. E, di nascosto, lo guardavo cucinare. Era una trattoria di cucina tipica nostra, venivano turisti, impiegati, gente di passaggio. Cucinavamo, cucinavamo ma si guadagnava poco. Io vedevo passare tutta `sta gente, che si mangiava un sacco di roba, e soldi non ce ne stavano mai. Piano piano mi fecero mettere le mani in cucina e quando lo chef, che era vecchio e non ci vedeva pi tanto bene, scambi pomodori con papaccelle e fece un rag che un altro poco i clienti andavano a fuoco, mi ritrovai a dover preparare io il pranzo. Fui bravo, fin dall'inizio. Veniva un sacco di gente, e io lavoravo veloce, sempre pi veloce. Matteo, il proprietario, era sempre pi contento, mi ricordo che venne addirittura a casa a fare i complimenti a mio padre, che mi guard con un poco di sospetto (secondo me non se l'era poi tolto del tutto dalla testa, che potevo essere ricchione).

Facevo piatti diversi, sempre della tradizione nostra, il pasticcio di baccal, i pignatielli di sinischi, la zuppa di stocco e patate. Me li facevo raccontare da mamm, che se li faceva raccontare dalla nonna che non teneva denti e ci aveva quasi cent'anni e la capiva solo lei. Ogni cosa nuova piaceva a tutti.
Per, 'Gnorgi, non si guadagnava. Voi siete giudice, giudicate: ma come, si lavorava tanto e soldi non ce ne stavano lo stesso? Mi convinsi che era Matteo che si nascondeva i guadagni per non doverci pagare di pi. Forse teneva qualche vizio, che so, giocava a carte, andava a puttane, tirava coca: qualcosa, un buco dove andava a finire tutto quello che entrava dalla piccola cassa in fondo al locale.
Io nel frattempo avevo conosciuto una guagliona, anzi per la verit aveva conosciuto lei a me; lavorava l vicino, faceva la sciampista da un parrucchiere, mi veniva a prendere fuori il locale quando uscivo alle due di notte. Diceva che passava per l casualmente a quell'ora, io gli dissi e perch, che fai, la zoccola per caso? E quella paf, e mi d un pacchero a cinque dita. Io cos conobbi a mia moglie Marianna, con un pacchero, lo dovevo capire subito, 'Gnorgi, che quella era la rovina della mia vita (sto pazziando, sia chiaro, se mi sente mi ammazza veramente, stavolta). Parlando parlando con lei, nelle passeggiate che ci facevamo il luned che era giorno di chiusura mio e suo, sognavamo di metterci una piccola trattoria nostra e
di diventare ricchi. Perch ci pareva chiaro, che con quello che potevamo guadagnare diventavamo ricchi.
Mo', dovete sapere che Marianna teneva una zia vecchia che viveva con lei, nello stesso basso di Materdei dove abitava. Questa zia era un peso, stava sempre malata, era petulante e dava un sacco di fastidio, e i fratelli di Marianna e i genitori andavano scappando per non rimanere soli con lei. Marianna invece, un poco perch ci faceva pena e un poco perch io lavoravo sempre, ci passava un poco pi di tempo. Insomma questa zia muore, e salta fuori che teneva un locale proprio alle spalle di via Chiaia, in un vicoletto che stava vicino alla zona buona, sfitto da quando era morto il marito che faceva il calzolaio; e che la vecchia lasciava il locale proprio a Marianna mia. 'Gnorgi, io mo' sto davanti a voi che siete appunto il giudice, e che siete abituato a interpretare i segni: capita quest'eredit proprio quando noi andavamo cercando un modo di metterci in proprio, di vedere se potevamo realizzare il nostro sogno. N, ma voi che avreste fatto? Abbiamo pigliato i soldini che tenevamo da parte, ci siamo licenziati tutti e due (e che appiccicate che ci siamo fatti, a casa, non potete avere un'idea, coi nostri parenti che ci pigliavano per pazzi) e ci siamo aperti una trattoria. All'inizio pareva che le cose andavano bene, la gente ci veniva, io cucinavo e Marianna serviva ai tavoli; per ben presto cominciammo a capire come andavano le cose in realt pure alla trattoria di Matteo. Le spese erano assai, credetemi, da lavorante non lo capisci. E piano piano, cominciavano a finire le risorse. Abbiamo visto la morte con gli occhi: e come tornavamo a casa, dicendo che avevamo perso tutto? Pure un'ipoteca sul negozio, avevamo messo! E poi, Matteo e il principale di Marianna non ci avrebbero ripreso mai, a lavorare con loro: ci eravamo lasciati troppo male.
Insomma, 'Gnorgi, eravamo rimasti senza un centesimo. Anzi, a dire la verit ci erano rimasti cinquanta euro e basta. Che facciamo?, dissi a Marianna. E che vogliamo fare, andiamoci a vedere un film. Come, un film? Eh, un film. E ce ne andammo a cinema.
Capit, non me lo posso scordare, che ci trovammo proprio a guardare un film che parlava di ristoranti: una bellissima attrice, che io dissi mamma quant' bona e Marianna mi pest il piede col tacco che al mio urlo si girarono tutti quanti, era una cuoca bravissima ma stava lei sola, e incontra un altro cuoco che si innamora di lei eccetera eccetera, fino al lieto fine con un bel ristorante messo in piedi da tutti e due. Usciamo dal cinema e Marianna se ne stava zitta zitta. U, faccio io, ma ti sei ingoiata la lingua? Perch non parli? E lei mi fa: sai perch non guadagniamo niente, noi? No, faccio io. Perch? Perch siamo ignoranti, ecco perch. Io la guardavo senza capire. Lei si ferma, mi piglia per il braccio e mi dice: dobbiamo assumere una persona. Ma chi dobbiamo assumere, che stiamo
chiudendo e non possiamo mangiare manco io e te? Veramente non la capivo, mi pareva una pazza. Insomma, comincia a parlare fitta fitta, mi dice che il film le aveva aperto gli occhi, che lei aveva finalmente chiaro come uscire dalla situazione.
Salt fuori che quando faceva i capelli aveva conosciuto una giornalista che aveva perso il posto perch voleva fare la scrittrice, e per mezza di questo fatto non scriveva gli articoli che le dicevano di scrivere e la mandarono via. Lei teneva il numero di telefono, e la voleva chiamare. E che dobbiamo farci, con una giornalista senza giornale?, ci chiesi io. E lei disse: dobbiamo far mangiare la gente di meno e farla pagare assai di pi. Io la guardavo preoccupato, mi sembrava uscita pazza. E invece, signor Giudice, aveva ragione. Marianna aveva mille volte ragione. E mi spieg perch.
Che cos' la genovese? Pensaci bene: la salsa di cipolle e carne, che coi paccheri di Gragnano e una bella spruzzata di pecorino e pepe  il tuo cavallo di battaglia. Chiunque viene se ne mangia un piattone enorme, se ne va barcollando felice, si beve due litri di vino della casa, paga quindici euro (noi ne guadagniamo tre) e se ne va. Digerisce in quattro giorni, magari si sente pure male per l'ingordigia e dice: l non ci vado pi, si mangia benissimo ma io non voglio stare male, e poi non si chiudono pi i pantaloni. Invece, noi facciamo un'altra cosa: la chiamiamo "mousse di 
cipolle rosse, con aroma di carni scelte e spirito di pecorino delle colline sarde, su fiori di semola di Gragnano", ne mettiamo tre, di paccheri, al centro di un piatto enorme e lo facciamo pagare dodici euro.
Maria', tu sei pazza, dissi. L'ho sempre sospettato, ma ora lo so per certo. E chi ti credi che ci viene, in una bettola a subire un furto da due disgraziati come noi? Da due come noi nessuno, disse; ma da una con gli occhiali, senza accento e vestita bene, si pigliano pure il vino bianco di tuo zio di Avellino a trenta euro la bottiglia, te lo dico io.
Signor Giu', che tenevo da perdere? Ci mettemmo e facemmo la traduzione di tutti i piatti della cucina nostra, insieme all'amica di mia moglie che ader subito felicemente all'iniziativa: il rag divent "vento di carne del golfo al profumo di succo d'uva rosso e pomodoro di pianura", la minestra verza e riso "anima d'orto al sapore d'oriente, con spigoli di pancetta belga e spruzzi di parmigiano", il gatt "flan di patate dolci, con istanti di provolone fuso e cubi di maiale del Volturno". Un gatt serviva per quaranta piatti, tanto poco ne mettevo. Una pentola di rag, che durava una serata, era sufficiente per tutta la settimana.
Comprammo all'Ikea certi piatti grandi grandi, Marianna faceva certi disegnini col prezzemolo e la salsa di soia e al centro ci andava un cucchiaio scarso di roba. Io mi pensavo che ci vattevano, anche perch i prezzi erano terribili, con un ricarico del seicento per cento. E invece siamo diventati di moda, arriva gente da tutte le parti di Napoli per mangiare le stesse cose di prima ma molto, molto meno e pagandola un sacco di soldi. Eppure il locale  lo stesso, noi siamo gli stessi, la roba  la stessa. Io non me lo spiego. Il nome s, l'abbiamo cambiato: da Trattoria Padre Pio, per avere la grazia, a"Robin Food"; l'idea ce l'ha data il nostro direttore di marketing, dice che io mi chiamo Roberto e mia moglie Marianna, pare ci sia una storia inglese che i protagonisti cos si chiamavano. Lui era un ladro, per la verit. Questa cosa, quando ci penso, un po' di disagio me la d.
Comunque, signor Giudice, per noi  sempre un onore avervi qua, con la signora e tutti i vostri amici; mi sono permesso queste confidenze perch lo so che siete un amico della casa e che non ci verrete meno.
A proposito, lo volete il dolce di oggi? E' speciale: "mistero di ricotta e grano al profumo di fiori, spolverato con velo di zucchero d'Africa in sfoglia dolce"; la serviamo in un cucchiaino da caff, sospeso su un bicchiere pieno di sciroppo diluito d'agrumi di Sicilia.
Pensate che ignorante: io la chiamavo pastiera.

TUTTA QUELL'ACQUA
Per Eduardo Galeano.

Il primo rombo si sent dopo nemmeno mezz'ora. Voleva dire che l'avvistamento era stato tardivo, e che in molti, nella parte sud della citt, sarebbero rimasti fuori. Succedeva sempre pi spesso. Il pensiero diede al ragazzo una rabbia sorda, come se ci fosse qualcuno responsabile di questo: un burocrate inetto seduto da qualche parte, che si faceva distrarre da qualcosa e che faceva partire con ritardo la maledetta sirena.
L'accesso a quel ventre umido di tufo e disperazione era una tortuosa rampa di scale, pi antica e sconnessa di quanto sarebbe stato immaginabile per lui che sapeva di dover essere svelto, molto svelto. Aveva visto, altre volte, donne anziane, troppo caute a muovere i propri incerti passi sui gradini irregolari e scivolosi, cadere sotto la spinta terrorizzata della folla e rimanere calpestate da decine di piedi appartenenti a persone che tentavano di mettersi in salvo; ed era stato tra coloro che, mentre di sopra arrivava il rumore dei motori che distribuivano equamente la morte, rimanevano a fissare un ammasso di carne e sangue che tirava gli ultimi respiri. Uccisi dalla paura. La propria, quella degli altri. Nessuna differenza.
La testa incassata nelle spalle, seduto schiena al muro alla luce fredda dei neon che percorrevano il soffitto, il ragazzo pens che in fondo non c'era da affannarsi per inseguire la salvezza. Tanto valeva rimanere sul proprio letto a fissare il soffitto, nell'assurda, incerta speranza che la bomba destinata a lui non fosse ancora stata costruita in una di quelle lontane fabbriche al nord. Calpestati, bombardati, con una pallottola in fronte. Nessuna differenza.
Si chiese se il padre fosse riuscito a infilarsi in qualche rifugio. Cerc di ricordare dove fosse andato quella mattina a procurare da mangiare per tutti e due, ma non gliel'aveva detto. Prov un senso di nostalgia e di scrupolo, come se avesse dimenticato di dirgli qualcosa d'importante. Sent anche una punta di desiderio di vita che subito soffoc; aveva imparato che era quello il sentimento che ti faceva rischiare di pi la pelle.
Si guard attorno. I: antro era enorme, una specie di piazza sotterranea alta come una palazzina di tre piani e larga pi del cortile del suo condominio. Aveva sentito raccontare che si trattava di una galleria scavata da chiss quale re, secoli prima, per poter scappare di notte fino al porto con le carrozze e i cavalli di tutto il seguito, casomai il popolo avesse deciso di tagliargli le teste. Erano anni di rivoluzioni, quelli. Magari le avessero tagliate loro, le teste giuste, una ventina d'anni prima. Adesso forse non sarebbero stati rinchiusi sottoterra, ad aspettare di fare la fine dei topi.
C'era tanta gente, al solito. E al solito l'unica cosa che si sentiva era il rombo, e l'odore acido della paura. Qualche vecchia pregava, muovendo le labbra in una silenziosa litania; tra poco qualcuna avrebbe cominciato a recitare ad alta voce, le altre si sarebbero unite e lui sarebbe stato costretto ad alzarsi e cambiare posto per non sentire. Gli dava un immotivato fastidio, sentir pregare. Pregare chi? E per avere che? Per far cadere le bombe in testa a qualcun altro, che aveva pregato meno forte? Vecchie stupide.
Una ragazza vicino a lui aveva tirato fuori un libro, addirittura. Un vecchio, unto volumetto spiegazzato che teneva inclinato verso la luce fioca, vicino agli occhi per vedere meglio. Era carina, pens il ragazzo. Molto carina, il profilo delicato, il piccolo naso affilato e le labbra piene che compitavano le righe che si snodavano sotto i suoi occhi. Anche lei diede rabbia al ragazzo; anche lei si rifugiava in un luogo che non era reale, per dimenticare la sirena e il rombo, come se servisse ad allontanare le bombe. Gli dava rabbia che fuggisse, che non accettasse quello che stava succedendo. Che non pensasse invece come lui intensamente alla faccia di chi aveva colpa, che gli aveva ammazzato tre anni prima la madre e la sorellina, e che adesso se ne stava al sicuro ben fuori dalla portata delle bombe a meditare qualche altra mossa a suo vantaggio che sarebbe stata letale per il suo popolo schiacciato.
E invece di nutrire il risentimento, invece di guardarsi attorno a quella piccola folla di donne, anziani e bambini aggrappati alla loro vita da topi, quella stupida leggeva. Magari di terre immaginarie e di uomini felici. Cazzate, pens il ragazzo. Solo cazzate.
Per era carina. Molto carina.
Smettila, disse senza pensarci. Smettila.
Lei alz gli occhi incerta, sbattendo un po' le palpebre. Lo fiss. Ce l'hai con me?, disse. S, disse lui duro. Smetti di leggere fesserie. Non ti rendi conto che ci stanno bombardando? Non li senti, qui sopra? Indic l'alta volta di tufo con un gesto vago. Qualcuno sulla parete aveva inciso una frase: NOI VIVI. Tutte maiuscole, lettere enormi, senza punti esclamativi n disegni. Noi vivi. E tutti gli altri, fuori di qui, magari morti.
L'espressione della ragazza divenne fredda. Senti, disse, tu pensa alle cose tue e lasciami alle mie. D'accordo? No, disse lui. Manco per niente. Perch qui sotto, cara, ci stiamo tutti e due. E magari l, di sopra, non ci rimarr proprio niente quando questi aerei di merda saranno passati. E toccher a noi, proprio a noi cercare di mettere le cose in piedi, e non ci sar posto per chi, come te, preferisce tenere la testolina fra le
nuvole, inseguendo piccoli principi e fatine turchine. Ecco perch non siamo d'accordo.
La ragazza sbatt ancora le palpebre sotto l'attacco verbale di lui. Rispose calma: ah, ecco. Tu sei quello che ha la soluzione,  cos? L'unico pratico, il solo che vede realmente come stanno le cose. Colui che che sa quello che  successo, quello che sta succedendo e quello che succeder. Sai una cosa? A me tu e quelli come te fate pi paura degli aerei l sopra. Ecco cosa.
Il rombo andava aumentando. Lui rise. No. Io non ce l'ho, la soluzione. Ma so che quel cazzo di libro che hai in mano, proprio quello, nemmeno lui ce l'ha la soluzione. Per almeno io sono qui a guardarla in faccia, questa vita che mi rimane e finch mi rimane; non ci provo nemmeno a scappare. Tutte le parole che stanno l dentro, fidati, non valgono una sola lacrima di quel bambino laggi che ha paura del buio.
Prima che la ragazza potesse dargli la sua risposta una voce profonda parl. Scusami, disse. Posso dirti una cosa? Il ragazzo si volt dall'altra parte. A mezzo metro da lui, nel cono d'ombra tra due neon, stava seduto un vecchio. Se ne intravedeva il profilo, i radi capelli bianchi troppo lunghi, la camicia lisa abbottonata fino al collo. E le mani, intrecciate sulle ginocchia; lunghe dita nodose, ferme, senza tremito o incertezza. Mani forti e delicate.
Il ragazzo strinse gli occhi, diffidente. Che c'?, disse. Ti serve qualcosa? Era stato inutilmente sgarbato, e se ne pent; quella ragazza lo aveva fatto arrabbiare senza un motivo. E d'altra parte, chi aveva bisogno di un motivo?
Il vecchio disse ancora: scusami. Scusatemi tutti e due. Ma vi devo dire una cosa importante. Importantissima.
Il ragazzo pens: un vecchio pazzo. Un altro vecchio pazzo, che magari si  trovato vicino alla porta nel momento giusto quando  suonata la sirena. Un maledetto, inutile vecchio che ha fottuto il posto a un povero padre di famiglia che non ha fatto in tempo. Stava per rispondergli in maniera tagliente quando la ragazza, dall'altro lato, disse: Davvero? Una cosa importante, qui sotto? Che ci pu essere d'importante? Il ragazzo quasi sorrise: finalmente erano d'accordo, lui e la tizia carina. Il vecchio rispose, lento: qui sotto, signorina, ci sono solo cose importanti. Non lo sapete?
L'accento era strano, arrotato e morbido. Spagnolo, pens il ragazzo. Questo parla spagnolo. La ragazza si alz e si accovacci davanti al vecchio, dopo aver riposto il libro nella veste. Dite, allora. Dite pure. E il vecchio cominci, di volta in volta fissando i grandi occhi liquidi sul viso della ragazza o del ragazzo, aspettando un cenno che gli desse conto della loro attenzione; come se dall'opinione dei due giovani dipendesse il destino del mondo intero. E forse era proprio quello che credeva. Mentre parlava il rombo aumentava, e la litania delle vecchie si faceva pi forte e tremante.
Io vengo da un piccolo paese, disse il vecchio. Si crede che dalle mie parti sia tutta una sconfinata prateria, una pampa senza limite dove pascolano vacche grasse e pacifiche; o che siano tutte immense metropoli piene di poveri e ricchi, tutti ad affannarsi a trovare il modo migliore per campare. E invece no. Ci sono anche montagne e villaggi e miniere disperate. Il mio paese ha una capitale adagiata su un immenso fiume, con un bel palazzo del governo sul quale hanno messo le mani i militari col potere alimentato dal sangue di tanti. Quello che vi devo dire, per,  successo prima. Prima che quelli come me fossero costretti a scappare, come vigliacchi; come scappa chi ha commesso un delitto.
La frase non si era incrinata, non era stata rotta da un rimpianto. In quel caso il ragazzo avrebbe classificato la voce del vecchio tra le tante voci di vecchi che si sentivano l sotto, ma stavolta non c'era il ricordo di un passato migliore di qualsiasi futuro possibile, come lui odiava pi di ogni altra cosa. I vecchi cos toglievano la speranza, e lo facevano con cattiveria consapevole. Il ragazzo smetteva sempre di ascoltare, in quel caso. Per difendersi. Stavolta no.
Il vecchio continu, e la sua voce vibrava come il rombo degli aerei che si avvicinavano.
Io raccontavo storie. Le scrivevo, e scrivevo poesie e canzoni. Raccontavo storie. Allora me lo consentivano, anzi ero una specie di orgoglio nazionale. Pareva ogni anno che dovessi vincere un premio famoso, ma siccome scrivevo contro i regimi dei paesi vicini al mio, di l dal mare, si faceva in modo che non vincessi. A me, a dire la verit, non importava molto. Mi bastava raccontare le mie storie. E poi forse  stato meglio per chi ha preso il potere, sai che imbarazzo dover vedere uno cos importante scappare di notte su una nave mercantile.
Di nuovo senza rimpianto, con ironia. Uno che racconta storie, pens il ragazzo con disgusto. E lo dice pure, come se fosse un lavoro come un altro, un lavoro vero. La ragazza per ascoltava con un mezzo sorriso in faccia. Che hai da sorridere, pens lui. Non li senti gli aerei?
Il vecchio disse: comunque allora io viaggiavo per il paese, per presentare le mie storie. E viaggiando vedevo posti e portavo parole, e c'era chi mi ascoltava. Come voi adesso.
Il ragazzo avrebbe voluto dire: perch, vecchio, abbiamo scelta? Possiamo, invece di stare qui ad ascoltare le tue insulse fesserie, andarcene in giro nella Villa, vicino al mare, in mezzo ai fiori e agli alberi col canto degli uccellini, cos potrei provare magari a baciarla? Ci tocca stare qui, a sentirti farneticare mentre proviamo a non sentire gli aerei che arrivano a togliere i padri ai figli e i figli ai padri. NOI VIVI, disse il muro.
Il vecchio continu: nel mio paese, vedete, ci sono molti villaggi incastrati in mezzo alle montagne.
L'unica risorsa, l'unico modo che hanno per campare in questi villaggi sono le miniere. Da l esce un gas che non si sente se non in un sottile retrogusto marcio, che pianta il seme della morte nella carne di tutti. Muoiono giovani, prima di fare quarant'anni. Genitori e figli.
Quasi suo malgrado il ragazzo chiese: e perch non se ne vanno, se sanno di dover morire giovani? Il vecchio rispose secco: perch non c' dove andare. E' l'unica cosa che hanno, la miniera e la morte che d. Almeno possono campare fino a quarant'anni, e innamorarsi e fare figli. Sperando che prima o poi finisca. Una volta sono andato in uno di questi villaggi, avevo un libro nuovo con una bella storia di sorrisi e gioia. Accesero un grande fuoco nella piazza e tutta la gente venne a farmi festa. Io parlai e parlai, c'era uno con una chitarra e cucinarono della carne. Venne la mezzanotte.
Lontano, al di l del rombo, si sent come un colpo secco. Era appena una variazione nel rumore, quasi impercettibile, ma tutti sussultarono come se fossero stati colpiti da una mano cattiva. Il vecchio continu, calmo.
Quando il campanile della chiesa ebbe finito di stabilire che era cominciato un altro giorno e che la festa era finita, scese sul villaggio un po' di malinconia. Io avevo raccontato la mia storia, la chitarra aveva suonato e l'aria era ferma e dolce e frizzante, come la montagna in primavera. Allora si alz in piedi l'Alcalde, il sindaco. Non aveva nemmeno cinquant'anni, ma portava in faccia i segni della malattia come molti attorno a me. Provavo una gran pena, come se una parte della mia storia si fosse dissolta nell'aria inutilmente.
Il ragazzo vedeva il villaggio morente come se fosse davanti ai suoi stessi occhi. La ragazza carina sembrava viaggiare, completamente inconsapevole dei rintocchi che gli aerei davano alla citt martoriata sopra di loro.
L'Alcalde mi parl, e attorno a lui si era fatto il silenzio. E le donne tenevano in braccio i bambini inseminati di morte, e la chitarra taceva, e nessuno era pi vecchio di mio figlio. Mi parl e mi disse: scrittore, ti abbiamo ascoltato, ma ascoltami tu adesso. Io ti chiedo un regalo per la mia gente e per me. Ascoltami.
Ci fu un nuovo suono sordo e vicino, trasmesso dal tufo antico. Le vecchie alzarono la voce della preghiera e due bambini scoppiarono in lacrime.
Ascoltami, raccont il vecchio ricordando l'Alcalde, e il ragazzo pens che non aveva alzato la voce con l'accento spagnolo e il tono profondo, ma si sentiva uguale, perfettamente comprensibile nel rombo e nei tonfi. Ascoltami, disse l'Alcalde, e i suoi occhi neri di febbre e di consapevolezza della morte vicina mi fissavano al di l del fuoco.
Tu sei uno scrittore, e noi moriremo prima di diventare vecchi. Lo sappiamo fin da bambini che moriremo presto, e non ci importa perch tocca a tutti, e se tocca a tutti non c' rimpianto. Io non voglio campare pi dei miei figli, e mio padre non voleva campare pi di me. Lo capisci questo, scrittore? Attorno a lui, raccont il vecchio, tutti annuirono. Io sentivo il freddo e mi rannicchiai nella coperta, ma veniva da dentro e il brivido non pass. Lo capisco, s, signore, dissi. E aspettai che mi chiedesse quello che voleva da me.
Noi moriremo, ripet. E nessuno di noi si muover mai da questa montagna madre e assassina. Non avremo niente se non la vita che ci  concessa, e che ci basta. Qualcosa per possiamo averla, e ce la puoi dare tu.
Un tonfo vicino, la cui eco scosse le anime accovacciate con la testa incassata addossate al tufo. Cadde della povere dalla volta, strappando un lamento da una donna che si aggrapp al figlio.
La ragazza sembr non sentire e non avere paura, e chiese fissando il vecchio: che ti chiese, l'Alcalde? Come se contasse solo quello. Il ragazzo, che aveva il cuore in gola, si sent un piccolo vigliacco. Il vecchio riprese a bassa voce.
Mi chiese il mare. Il mare. Mi disse: noi non lo vedremo mai, e quelli prima di noi mai l'hanno visto. Per piacere, scrittore, portaci il mare. Portacelo qui.
I tonfi si moltiplicarono, erano proprio l sopra. Il ragazzo si sent in lotta come se volessero strappargli qualcosa dalle mani.
Sussurr, fissando il vecchio: e tu? Cosa facesti tu, vecchio?
L'uomo sorrise per la prima volta, e le rughe si strinsero in un fitto reticolato attorno agli occhi vivilo, disse, lo feci. Gli portai il mare l, in mezzo a quelle montagne nel cui ventre c'erano la vita e la morte. Gli portai il mare. E ci misi tutta la notte, fino all'alba.
Tutta la notte?, disse la ragazza. Tutta la notte? E perch ci mettesti tanto?
Il vecchio la fiss, serio, e disse: perch dovevo portare tutta quell'acqua.
Il silenzio pieno di bombe che segu non fece tremare i due ragazzi, se non per il freddo dell'alba di un villaggio di montagna, in un paese lontano.
Perch nel mare, sapete, ci sono tante cose se lo volete raccontare, disse il vecchio. Nel mare ci sono i ritorni, e i porti pieni di speranze. Ci sono le donne che scrutano l'orizzonte in attesa dei pescherecci, e l'anima dei viaggiatori che sognano le terre lontane. C' la balena bianca e ci sono le tempeste senza nome, le isole dei mangiatori di uomini e i naufragi disperati, e gli ammutinamenti e le cannonate dalle bandiere nere. C' tanta di quell'acqua, nel mare.
Aveva parlato lentamente, senza alzare mai la voce. I tonfi si attutirono e il rombo, impercettibilmente, diminu. Qualcuno piangeva, qualcuno bestemmiava. Le donne non avevano smesso di pregare. L'aria stantia del tufo trasmise un sottile, selvaggio senso di sollievo.
Il ragazzo mormor: tutta quell'acqua. Tanta, da portare in montagna. La ragazza si volt e gli sorrise, mentre con la mano si accarezzava la tasca della veste col libro dentro. S, disse. Tanta acqua, da portare con un recipiente cos piccolo.
Il vecchio annu gravemente, e rimasero zitti ad aspettare. Finch la sirena suon di nuovo, e tutti si alzarono con la solita voglia di andare a vedere chi era sopravvissuto e con la solita paura di uscire. NOI VIVI.
Il ragazzo vide che il vecchio non si muoveva. Che fai?, gli chiese. Non vieni fuori? Magari ti trovo qualcosa da mangiare. La ragazza gli sorrise di nuovo. Il vecchio scosse il capo: no, disse. Io sto qua. Non lo capisci? Io sto sempre qua sotto. Per quando scendete. Per quando servo di nuovo. Non lo capisci?
Il ragazzo strinse la mano della ragazza. S, disse. Lo capisco. A questo servi. Devi portare l'acqua, no? Senza l'acqua non si pu mica vivere. Tutta quell'acqua.
Il vecchio sorrise dall'ombra, e con quella voce arrotata e rotonda disse s, tutta l'acqua che c'. Per togliere la paura e metterci la vita, che duri cinque minuti o mille anni.
A questo servono, le storie che devo raccontare.
La ragazza gli soffi un bacio dalla punta delle dita, e si avvi fermandosi ad aspettare il ragazzo ai piedi della scalinata che portava al nuovo sole.
...
.
...
FINE.